Un bambino (Germogli)
Un bambino (Germogli)

Bologna, 21 settembre 2016 - ANNA Costanza Baldry, psicologa e criminologa, è stata la prima a far emergere in Italia la tragedia degli orfani dei femminicidi grazie al progetto europeo Switch-off (spento). «L’idea di fare un censimento e studiare il fenomeno delle vittime secondarie dei femminicidi è nata l’11 settembre di cinque anni fa. I media Usa, nell’anniversario delle Torri Gemelle, raccontavano le storie degli orfani (degli attentati di Al Qaeda, ndr) e io mi sono chiesta ‘e i nostri orfani?’. Così è nato il progetto di monitorarli, ne ho intervistati 123: è stato molto difficile trovarli», racconta la psicologa della Seconda Università di Napoli, che oggi a Palazzo Montecitorio presenterà le linee guida del maxi lavoro.

Questi ‘orfani speciali’, come li ha definiti nel progetto, provano vergogna per essere figli di un assassino?

«Dipende dall’età che hanno, da quale tipo di tragedia hanno vissuto e da che risposta hanno avuto dall’ambiente e dalla famiglia. Ma, sì, è un elemento molto presente. Dicono: io sono figlio di..., se lo ritrovano addosso, si sentono marchiati dai vicini e dalla società».

Una risposta è la volontà di levarsi una volta per tutte di dosso il cognome del padre?

«Sì, succede che gli orfani chiedono di cambiare cognome per la vergogna, è un conflitto molto forte. Accade, però, anche che i ragazzi vogliano rivedere il padre per cercare spiegazioni e iniziare un percordo. Ma l’esito del confronto dipende da come reagisce il padre. In questo senso, abbiamo iniziato una ricerca denominata Father, padre, assieme al Dap per approfondire la figura del carnefice».

Quanti riproducono dopo anni il comportamento del padre, compiendo violenze sulle donne?

«Pochi tra quelli intervistati».

Un rifugio, una scorciatoia, dalle sofferenze viene trovata nella droga?

«Ci sono casi singoli, ma le problematiche più consistenti per gli orfani sono legati alle situazioni burocratiche che impediscono un futuro più semplice. Solamente il 20% di queste vittime ha potuto essere sostenuto da un percorso psicologico, un dato bassissimo. E il 2% delle famiglie colpite da un femminicidio ha ottenuto soldi dallo Stato».

Come mai lo Stato non ha ancora dimostrato forte sensibilità al tema degli orfani di femminicidi?

«Questi bambini, ragazzi e uomini sono fantasmi per lo Stato perché sono pochi rispetto ai casi di altre problematiche sociali. Basti pensare a quanti ce ne sono nei singoli Comuni. Ma quello che sorprende maggiormente è l’incidenza geografica dei casi: quasi il cinquanta per cento avviene al Nord».

Serve un fondo statale per questi orfani?

«Assolutamente sì, come avviene per le altri vittime di reati come la mafia».

Quali problematiche insorgono nella quotidianità degli orfani?

«Perdita di appetito, insonnia, difficoltà a comunicare sono effetti legati alla dinamica della tragedia. Se hanno assistito all’omicidio e quello che gli hanno detto. Aver visto il corpo della madre ovviamente peggiora la situazione, ma quello che non aiuta proprio sono le mezze verità».

Ha ascoltato testimonianze di giovani che mostravano un forte senso di colpa: «Non sono riuscito a salvare mia madre»?

«Il senso di colpa esiste e ce l’hanno, è una risposta che dura nel tempo. Si supera con un percorso di aiuti».

Qual è la soluzione più praticata tra l’affidamento e l’adozione?

«Dico solo essere affidati ai nonni non è la situazione prediletta».