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20 mag 2022

"Ora Pietrostefani dica la verità su Calabresi"

Il giudice Guido Salvini: "Ha il dovere civile e morale di raccontare che cosa accadde. Per trent’anni ha snobbato la giustizia italiana"

20 mag 2022
anna giorgi
Cronaca
Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori di Lotta Continua, è nato a L’Aquila il 10. novembre del 1943
Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori di Lotta Continua, è nato a L’Aquila il 10. novembre del 1943
Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori di Lotta Continua, è nato a L’Aquila il 10. novembre del 1943
Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori di Lotta Continua, è nato a L’Aquila il 10. novembre del 1943
Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori di Lotta Continua, è nato a L’Aquila il 10. novembre del 1943
Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori di Lotta Continua, è nato a L’Aquila il 10. novembre del 1943

di Anna Giorgi

"Sarebbe ora che dicesse la verità". Da Milano, a due giorni dal cinquantesimo anniversario dell’omicidio di Luigi Calabresi, il gip milanese Guido Salvini, il giudice istruttore che riaprì le indagini sulla strage di piazza Fontana, fra i massimi esperti di quella tragica stagione, prende pubblica posizione sulla vicenda di Giorgio Pietrostefani, settantottenne ex militante di Lotta Continua, condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio Calabresi. Per lui si attende, a Parigi, l’udienza chiave che dovrebbe disporne l’estradizione. Del commando che uccise il commissario facevano parte Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. Oltre a Pietrostefani è stato riconosciuto come mandante anche Adriano Sofri.

Pietrostefani, da tempo gravemente malato, era assente "per motivi di salute" all’ultima udienza, rinviata quindi al 29 giugno. Il suo legale però, l’avvocato Irène Terrel, ha riportato ai giudici della Chambre de l’Instruction le parole pronunciate in questi giorni dal figlio del commissario Calabresi, Mario: "La sua estradizione non ha più senso. Ci siamo molto interrogati su questo. Oggi – dice – a noi che un uomo di 78 anni malato vada in carcere non restituisce più niente". Pietrostefani, malato, con gli occhi coperti dagli occhiali da sole, gli stessi portati nei processi, e Calabresi si incontrarono due anni fa. È il giornalista che alla fine lo cerca, pensando che trovarsi davanti "uno che somiglia cosi tanto a quel poliziotto contro cui scatenarono una delle più violente campagne di odio della storia del nostro paese, fino al suo omicidio, non deve essere facile". Pietrostefani e Mario, che all’epoca del delitto era un bimbo di due anni, si vedono in un anonimo albergo popolato di turisti americani a Parigi. Mezz’ora di dialogo, riservato, mai riferito per esteso. Finito però sotto la luce della parola perdono.

Un dialogo privato e un dibattito pubblico, quello sull’estradizione, su cui arrivano, taglienti e precise, le parole di Guido Salvini. "Pietrostefani che ha snobbato per 30 anni la giustizia italiana e di cui l’Italia ha chiesto l’estradizione dalla Francia, ha il dovere civile e morale di raccontare, anche senza fare nomi, quanto successo prima di quella mattina del 17 maggio del 1972 in via Cherubini". Il magistrato chiarisce: "Il caso Calabresi è forse l’unico dei misteri d’Italia in cui un esecutore materiale ha confessato, eppure non è chiuso". "Sembra eternamente sospeso nel presente, come piazza Fontana – aggiunge –. Ha segnato il cuore e la vita di troppe persone, non solo dei familiari, ma anche degli uomini con le divise e dei giovani con l’eskimo. Deve succedere qualcosa prima che tutti i protagonisti spariscano lasciando bianca la pagina più importante". "Si sa come l’omicidio venne eseguito – scrive ancora –. Solo un ex militante in malafede o un complottista può pensare che quella mattina Leonardo Marino non fosse alla guida di quella Fiat 125 che attendeva lo sparatore. Ma non si sa come l’esecuzione fu discussa e decisa, magari quali scontri ci furono, credo, nell’intellighenzia di Lotta Continua". E ancora: "L’Italia ha il diritto di chiedere che un suo cittadino, come Pietrostefani, condannato per omicidio non viva indisturbato all’estero, collocandolo, dove possa essere curato, certo non in carcere". Se però non dovesse dire la verità – conclude il giudice – "lui e i suoi sostenitori perderebbero il diritto morale di chiedere la verità su Pinelli e su piazza Fontana".

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