Antonio

Troise

Il grande Ettore Petrolini, forse, avrebbe sommerso la sentenza della Cassazione con il tradizionale sberleffo di una sua battuta: "Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco ma sono in tanti". Il verdetto della suprema Corte (considerare le mance a tutti gli effetti come parte della retribuzione e quindi da tassare) sembra quasi fatto apposta per mettere in scena l’ultima performance di un fisco che davvero non sa più che cosa inventarsi per sottrarre soldi dalle tasche dei cittadini. È paradossale che in un Paese dove l’esercito dei grandi evasori riesce a nascondere ogni anno almeno 100 miliardi, la macchina dell’Agenzia delle Entrate accenda i suoi riflettori sui pochi spiccioli che si lasciano al bar o al ristorante. Cifre che, proprio per la modica consistenza delle donazioni, erano state considerate esenti da ogni imposizione.

Niente da fare: da ora in poi anche le mance dovranno essere regolarmente denunciate nella dichiarazione fiscale. Con la buona pace di chi, in uno dei Paesi più tartassati d’Europa, si aspettava almeno una riduzione delle imposte dopo il duro anno del Covid, con gli italiani costretti a stringere la cinghia e a fare sacrifici per tirare avanti. Per non parlare, poi, di un’altra incongruenza: a chi spetterà l’onere della mancia, al consumatore che la versa o al barista che la riceve. Dovrà emettere uno scontrino? Insomma, l’ennesimo esempio di un fisco lunare di cui non si sentiva davvero la mancanza.