di Gabriele Moroni Annullamento con rinvio delle due ordinanze con cui la Corte d’Assise di Bergamo aveva respinto come inammissibili le istanze della difesa di Massimo Bossetti di esaminare una serie di reperti. La prima sezione penale della Cassazione ha accolto i ricorsi dei difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini, legali dell’uomo che sconta una condanna definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. La loro richiesta dovrà essere di nuovo esaminata dalla Corte d’Assise di Bergamo dopo che sarà stata depositata la motivazione della Suprema Corte. Per il muratore di Mapello, detenuto nel carcere di Bollate, si riannoda un...

di Gabriele Moroni

Annullamento con rinvio delle due ordinanze con cui la Corte d’Assise di Bergamo aveva respinto come inammissibili le istanze della difesa di Massimo Bossetti di esaminare una serie di reperti. La prima sezione penale della Cassazione ha accolto i ricorsi dei difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini, legali dell’uomo che sconta una condanna definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. La loro richiesta dovrà essere di nuovo esaminata dalla Corte d’Assise di Bergamo dopo che sarà stata depositata la motivazione della Suprema Corte. Per il muratore di Mapello, detenuto nel carcere di Bollate, si riannoda un esile filo di speranza. "Massimo Bossetti – è il commento di Salvagni – confida sempre nella giustizia e così noi suoi legali. Questo provvedimento di conforta".

Un nuovo capitolo, non svolta ma passaggio importante. Ancora un allungarsi di una storia mai conclusa, quando sono trascorsi ormai oltre dieci anni dalla sera di quel 26 novembre 2010, epilogo della vita troppo breve della tredicenne di Brembate di Sopra, sequestrata per poi essere abbandonata a morire in un campo di Chignolo d’Isola. Vicenda tragicamente infinita, dove una specie di effetto a catena rimanda ogni volta la conclusione. Massimo Bossetti non si stanca di proclamare la sua innocenza. Terminati i possibili gradi di giudizio, ha visto chiudersi la quarta porta sulla sua condanna nel mese di settembre del 2019, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha respinto il ricorso contro il carcere a vita cristallizzato dalla Cassazione.

Da allora non rimane aperta che l’unica e difficile strada della revisione del processo. Mentre nelle aule di giustizia non si smette di combattere una guerra punica, i genitori di Yara sono come sempre attestati sulla linea opposta, quella del silenzio, della riservatezza. Fulvio e Maura hanno trovato una ragione di vita nell’associazione "La passione di Yara". Compaiono in pubblico quando viene ricordata la loro bambina. Tentare di rimuovere il macigno del Dna del loro assistito rimasto impresso su Yara, prova regina per l’accusa, pietra fondante delle sentenze.

È in questa prospettiva che si snoda anche l’ultima azione della difesa, fino all’approdo in Cassazione. Viene chiesto l’esame di 98 reperti, fra cui le provette con 54 campioni di Dna, gli indumenti, la biancheria, le scarpe della piccola vittima. Il 27 novembre del 2019 la Corte d’Assise di Bergamo accoglie l’istanza e autorizza anche l’analisi del Dna dei vecchi campioni. Il presidente della Corte d’Assise, Giovanni Petillo, interviene per precisare che quanto autorizzato deve essere inteso come una "ricognizione" e quindi non sono consentiti esami invasivi. Il 9 dicembre i legali di Bossetti chiedono quali devono essere le modalità e la tempistica per una operazione che è stata comunque autorizzata.

Il 15 gennaio di un anno fa, quindi, la Corte d’Assise bergamasca, su richiesta della procura, dispone la confisca di tutti i reperti. Il 4 marzo e il 30 aprile nuove istanze della difesa per conoscere modi e tempi dell’esame. Il 26 maggio l’Assise respinge la richiesta come inammissibile alla luce del provvedimento di confisca. Nuova istanza della difesa. Nuova ripulsa e doppio ricorso di Salvagni e Camporini agli "ermellini" romani.