Viviana Ponchia Quanti capodanno ci sono nella vita di un uomo? La prima risposta, legata all’anagrafe, è sbagliata. Io per esempio nel 1995 ne ho avuti quattro. Quello vero non lo ricordo. Mi restano però addosso l’euforia della laurea il 28 febbraio, l’emozione di un libro pubblicato a maggio e...

Viviana

Ponchia

Quanti capodanno ci sono nella vita di un uomo? La prima risposta, legata all’anagrafe, è sbagliata. Io per esempio nel 1995 ne ho avuti quattro. Quello vero non lo ricordo. Mi restano però addosso l’euforia della laurea il 28 febbraio, l’emozione di un libro pubblicato a maggio e la felicità di luglio quando seppi che sarei diventata mamma. Dei capodanno dell’adolescenza è normale perdere il conto, ma uno a settimana è una buona media perché a quell’età si è sempre con un piede nel passato e l’altro nel futuro. Mia madre lo festeggiava ogni volta che l’infermiera a Candiolo diceva "anche per oggi abbiamo finito". La chemio le spalancava le porte della vita e se non fosse stato per la nausea avrebbe brindato con le bollicine.

È capodanno uscire da un ospedale, riprendere un discorso interrotto, smettere di fumare. Matrimoni e funerali sono i capodanno delle famiglie, settembre delle scuole, il 1492 in blocco quello dell’umanità. Capodanno è terra di confine, uno scoglio dove non è più Europa e non è ancora Africa. Il primo gennaio 1916 Antonio Gramsci scriveva sul quotidiano Avanti: "Ogni mattino, quando mi sveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno". Odiava la scadenza fissa, contava sul socialismo per farla fuori. Noi invece quest’anno abbiamo proprio bisogno di superare la frontiera in maniera plateale. Festeggiamo stasera. E poi fra tre settimane. Un futuro migliore non arriva tutto assieme, ma è per questo che hanno inventato i giorni.