di Viviana Ponchia Uno scriveva: "Gli spaccherei la faccia". L’altro proponeva una "spedizione punitiva sotto casa". E ancora c’era quello che "io li picchierei di santa ragione". E chi attribuiva tutto alla "sindrome del pisello piccolo". Settantatré cosiddetti leoni da tastiera erano finiti sotto inchiesta per avere insultato gli agenti della polizia municipale di Torino sui social, a commento del post di un avvocato che si riteneva vittima di ingiustizia. Il caso, "eticamente censurabile", è stato chiuso con un’archiviazione dal gip Paola Rigonat. Non è reato insultare i vigili, "non ci sono...

di Viviana Ponchia

Uno scriveva: "Gli spaccherei la faccia". L’altro proponeva una "spedizione punitiva sotto casa". E ancora c’era quello che "io li picchierei di santa ragione". E chi attribuiva tutto alla "sindrome del pisello piccolo". Settantatré cosiddetti leoni da tastiera erano finiti sotto inchiesta per avere insultato gli agenti della polizia municipale di Torino sui social, a commento del post di un avvocato che si riteneva vittima di ingiustizia. Il caso, "eticamente censurabile", è stato chiuso con un’archiviazione dal gip Paola Rigonat.

Non è reato insultare i vigili, "non ci sono connotati di offensività". Alcune riflessioni hanno "contenuti spiacevoli ma non diffamatori". Però, scava scava, "non configurano nemmeno il reato di istigazione a delinquere". I giudizi di 16 ’leoni’ sono poi rientrati nel "diritto di critica" perché "tutti i cittadini hanno interesse al corretto espletamento delle funzioni degli agenti". E chi si riferisce alle dimensioni degli attributi non fa che appellarsi al "diritto di satira".

Tutto parte da un lungo post su Facebook dell’avvocato Michele Scola, datato 2018. Dalla pioggia di reazioni e insulti contro i vigili urbani che ha involontariamente scatenato. E dalla denuncia del comandante della polizia municipale Emiliano Bezzon, anche se i magistrati hanno sottolineato che i commenti riguardavano solo una pattuglia e non tutto il Corpo. Il professionista – che non era fra gli indagati in quanto si è limitato a descrivere i fatti – ha accusato gli agenti di essersi comportati da "sceriffi", responsabili di un comportamento "ingiusto, avvilente e preoccupante". La mattina del 24 marzo stava portando a scuola in scooter il figlio di 5 anni ed era stato rimproverato da un vigile motociclista perché il casco del bambino non era omologato: "Gli mostro che lo è ma continua a contraddirmi – si sfoga sui social –. Lascio perdere e me ne vado. Lui mi guarda malissimo". Il giorno dopo, davanti al portone di casa trova tre moto e altrettanti agenti. Sanno il suo nome, chiedono patente e libretto. "Ma lei è il vigile di ieri? Cosa fa sotto casa mia?". Risposta: "La stavamo aspettando". Scatta la multa per revisione scaduta, ma non è questo che infastidisce l’avvocato: "Non è accettabile durante il turno di lavoro stare a spese di tutta la comunità ad aspettare un cittadino che non ha fatto niente, pur di poter dare soddisfazione a un ingiustificabile desiderio di affermazione e di potere". La definisce una "spedizione punitiva". Scattano solidarietà e insulti.

Replica il Comune: "Il bambino dell’avvocato viaggiava a bordo di uno scooter senza revisione, sul predellino anteriore e non sul sedile come invece sarebbe stato opportuno per ragioni di sicurezza". Dopo anni tutto archiviato tranne l’amarezza del comandante Bezzon: "La gente non deve pensare che quello che si scrive sui social sia esente da responsabilità. Il nostro reparto tecnologico ha fatto un lavoro capillare di analisi dei post per individuare gli autori: molti hanno fatto mea culpa ma era tardi".