"Perché uno stabilimento con migliaia di operai può restare aperto, con turni, mense, entrate e uscite, e noi no? Non sono sufficienti i protocolli di sicurezza che ci hanno fatto attuare? Ci dicano che cosa dobbiamo aggiungere. Ma ci ascoltino, ci consultino. Perché è ora di smetterla, dopo quasi un anno, con questo modo di procedere: basta incertezze, mille dpcm e decisioni prese all’ultimo minuto. Non siamo interruttori che si possono accendere e spegnere da un momento all’altro". Lino Stoppani, Presidente della Fipe (ristoranti, bar pubblici esercizi) e Vice-presidente vicario di Confcommercio, è davvero esasperato e sconfortato, come migliaia di imprenditori del settore – avvisa - di...

"Perché uno stabilimento con migliaia di operai può restare aperto, con turni, mense, entrate e uscite, e noi no? Non sono sufficienti i protocolli di sicurezza che ci hanno fatto attuare? Ci dicano che cosa dobbiamo aggiungere. Ma ci ascoltino, ci consultino. Perché è ora di smetterla, dopo quasi un anno, con questo modo di procedere: basta incertezze, mille dpcm e decisioni prese all’ultimo minuto. Non siamo interruttori che si possono accendere e spegnere da un momento all’altro". Lino Stoppani, Presidente della Fipe (ristoranti, bar pubblici esercizi) e Vice-presidente vicario di Confcommercio, è davvero esasperato e sconfortato, come migliaia di imprenditori del settore – avvisa - di fronte al nuovo dpcm che si annuncia come l’ennesimo provvedimento di blocco più o meno integrale degli esercizi pubblici.

Bollettino Covid del 10 gennaio

Nuova zona rossa dal 16 gennaio: le regioni a rischio

Un grido di dolore, quello del numero uno della più rappresentativa associazione della categoria, che esprime tutto il malessere e la disperazione di migliaia di ristoratori e titolari di bar della Penisola. Da quelli più piccoli ai grandi della cucina. "È un calvario infinito, ma soprattutto è una grande vergogna. Come imprenditore, sento il reale rischio chiusura della mia attività – ha più volte dichiarato Gianfranco Vissani - Abbiamo adottato tutti i dispositivi di sicurezza indicati, i ristoranti sono luoghi assolutamente sicuri, ma non è bastato e quindi paghiamo il prezzo di scelte assurde, come quella di aver permesso la movida nelle grandi città". Parole pesanti che trovano, però, la sostanza nei numeri di chi, insieme con gli albergatori e gli operatori turistici, ha pagato il prezzo più alto dell’emergenza Coronavirus senza ricevere adeguati e proporzionati ristori. Nel 2020 il comparto dei pubblici esercizi ha perso circa 38 miliardi di euro sugli 86 miliardi del 2019. Solo tra Natale e Capodanno la perdita è stata di circa 750 milioni di euro.

Ma le perdite complessive di dicembre derivanti dalle chiusure secondo i colori delle regioni sono state ben più rilevanti, fino a toccare i 6,6 miliardi di euro. Una cifra astronomica che difficilmente potrà essere compensata dalla nuova tornata di ristori in arrivo. Ma il nodo essenziale è il ritorno al meccanismo delle regioni con colori variabili. E la differenza è notevole: stare in zona rossa o arancione significa per un bar o un ristorante essere chiusi completamente salvo delivery e asporto, mentre stare in zona gialla permette almeno di stare aperti fino alle 18 del pomeriggio, il che salva una quota del fatturato.

"Il problema – spiega Stoppani – è che continuano a scaricare su di noi il peso di decisioni assunte più a caso che con criteri scientifici. Continuano a chiederci sacrifici che appaiono inutili ai fini del contenimento del contagio, come dimostra quello che sta accadendo". Dunque, i titolari di bar e ristoranti non ci stanno. "Vogliamo confrontarci con i componenti del Cts – insiste Stoppani - capire che cosa possiamo fare di più in termini di sicurezza, tenendo conto che su 68 milioni di ispezioni solo lo 0,18 per cento dei pubblici esercizi è risultato non in regola sui protocolli di sicurezza. Eppure, ci hanno chiuso". Senza ricevere niente di paragonabile a quanto i ristoratori e baristi hanno riscosso in Francia o in Germania, Paesi nei quali per i fatturati persi i ristori hanno raggiunto anche il 75 per cento. Da noi, invece, non si va oltre il 20 per cento delle entrate perdute.