Lunedì 22 Luglio 2024
MONICA PERUZZI
Cronaca

Nuovo cinema speranza. Capanne, paglia e fango. Il grande schermo illumina il Mozambico

La missione di cooperazione a un centinaio di chilometri dallo Zimbabwe. Come un film può sensibilizzare gli agricoltori a evitare gli sprechi.

La missione di cooperazione a un centinaio di chilometri dallo Zimbabwe.  Come un film può sensibilizzare gli agricoltori a evitare gli sprechi

La missione di cooperazione a un centinaio di chilometri dallo Zimbabwe. Come un film può sensibilizzare gli agricoltori a evitare gli sprechi

Maputo (Mozambico), 8 luglio 2024 – La terra Rossa si infila dappertutto, si posa sui capelli, sui vestiti, colora le scarpe. È il perfetto contrasto col verde malachite delle foreste di miombo delle montagne di questa zona del Mozambico, fra le province di Manìca e Chimoio, a un centinaio di chilometri dallo Zimbabwe. A fare da cornice, il cielo africano, che sfuma dall’arancio dell’alba allo scarlatto del tramonto. Arriviamo nel villaggio di Mucondje, nel distretto di Marera, quando è mattina presto, dopo un viaggio lungo strade sterrate e impervie che solo i più motivati decidono di percorrere. Quaggiù, infatti, non arriva energia elettrica, non ci sono strade vere e proprie, ospedali o nessun altro tipo di infrastruttura. È qui che si capisce cosa intenda Mia Couto, biologo e autore mozambicano, quando nel suo libro "L’Albero del frangipani", descrive le zone rurali "incastonate nell’immobilità del tempo". Villaggi popolati da famiglie di contadini che vivono con ciò che producono e che riescono a vendere nel mercatino locale. Le galline razzolano qua e là, seguite da stuoli di pulcini rumorosi.

È Unido, l’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, ad aver individuato l’area e selezionato le località in cui saremmo dovuti arrivare. Le autorità locali ci aspettano: ci sono il capo del villaggio, che dalle nostre parti potrebbe somigliare alla figura di un sindaco, e il regulo, che rappresenta la tradizione, una sorta di re locale che gode di un grandissimo prestigio. Ci presentiamo e sbrighiamo tutte le formalità per avere l’ok definitivo a entrare nella comunità, parlare con le persone, filmarle, anche se abbiamo già il via libera del governo centrale di Maputo, con cui collaboriamo. Entrambi hanno solo una vaga idea di quello che siamo venuti a fare. Li abbiamo contattati telefonicamente, ma non è esattamente semplice comunicare, in un Paese come il Mozambico: lontano dalle grandi città, in pochi parlano il portoghese e prevalgono i numerosi dialetti locali, appartenenti alla famiglia delle lingue bantu, che cambiano di distretto in distretto.

Quando raccontiamo il motivo della nostra presenza, veniamo sopraffatti da sorrisi e strette di mano calorose. Siamo qui per portare una serata di cinema, teatro, musica, danza. Qualcosa di mai visto prima, da queste parti. Qualche ora di divertimento, svago, leggerezza, per gente abituata a vivere in villaggi diffusi, dove la popolazione è dispersa in capanne che si estendono all’infinito e si mimetizzano col fitto della vegetazione, in cui ogni focolaio di vita comune si spegne al calare del sole, quando le tenebre sono buie come dalla nostra parte di mondo non riusciamo neanche più a immaginare, rischiarate solo dalla luna, quando c’è.

Luoghi in cui chi vive, come noi, nelle grandi città, può riappropriarsi dello spettacolo delle stelle, dello stupore intenso, quasi infantile, che quell’apparizione porta con sé, del desiderio di rimanere col naso all’insù, ad ammirarle. Lo stupore, fra gli abitanti, è suscitato da altro: dalla magia del cinema, di quello schermo luminoso acceso nel cuore dei villaggi dell’Africa più inaccessibile, e per questo più autentica. È questo che facciamo con Imagine Foundation, la fondazione che abbiamo costituito un anno fa insieme ad alcuni professionisti della Cooperazione Internazionale, con cui negli anni abbiamo condiviso l’esperienza del cinema itinerante. Promuoviamo campagne di informazione rivolte alle comunità più vulnerabili, nelle zone marginali del mondo, sfruttando le incredibili potenzialità del cinema di strada e del teatro tradizionale, in lingua locale. Un modo semplice, immediato, coinvolgente, per diffondere i messaggi, che grazie a questi strumenti risultano molto più efficaci, rispetto a qualsiasi altra forma di comunicazione. Era il 2002 quando, sempre in Mozambico, nel mezzo di una devastante epidemia di colera che sembrava impossibile da debellare, Fabio Melloni, Presidente di Imagine Foundation e all’epoca a capo della Cooperazione italiana nel Paese, si chiese come avrebbe potuto informare le persone in maniera efficace che questa malattia si diffonde attraverso l’acqua contaminata. Erano stati inviati medici, specialisti, diffusi volantini, ma nulla sembrava sortire effetti.

L’idea di raccontare la prevenzione attraverso il cinema e mettendo in scena le buone pratiche col teatro ebbe un effetto sorprendente. Tanto che quel modello è stato replicato negli anni, anche in molti altri paesi del Mondo, per promuovere informazioni importanti per le comunità, su temi di natura molto diversa: dai rischi connessi all’immigrazione irregolare alle mine antiuomo, dalla violenza di genere ai diritti umani, dalla prevenzione dell’hiv ad altre questioni di tipo sanitario. Tutto con lo scopo di salvare vite umane e contribuire al progresso delle comunità, ma attraverso un approccio ludico. Mi piace pensare che, forse, solo noi italiani potevamo pensare a una soluzione come questa.

La campagna di comunicazione per cui siamo arrivati fin qui è rivolta agli agricoltori. Sono loro i destinatari del messaggio che veicoliamo: "A uniao face a forza", l’unione fa la forza. Poiché qui si porta al mercato locale solo quello che si può vendere quotidianamente e il resto viene buttato, attraverso i film che abbiamo realizzato e il teatro, li informiamo che esiste la possibilità di entrare in associazioni che li aiuteranno a vendere tutto quello che producono, senza sprechi, a un prezzo più congruo. Non solo: poiché questa è una terra fragile, in cui molti, non rendendosi conto delle incredibili potenzialità della foresta e delle piantagioni, tagliano gli alberi per farne carbone, la campagna serve anche a sensibilizzare sull’importanza della sostenibilità. In Mozambico quasi l’80% della popolazione vive di agricoltura, ma è un’agricoltura di pura sussistenza. Eppure nella zona in cui ci troviamo si è iniziato a coltivare anche il caffè Ibo, promessa di sviluppo e rispetto dell’ambiente.

Ma fra colline, montagne e pianure in cui si stagliano giganteschi baobab, all’ombra dei quali si riparano capanne rotonde fatte di paglia e fango, quello che buona parte della popolazione locale non sa, è che chi ha finanziato questo progetto (ovvero Unido, le Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale e la Cooperazione Italiana allo sviluppo) hanno contribuito all’apertura di uno stabilimento di trasformazione della frutta, in cui viene convogliato il raccolto delle associazioni e delle cooperative che sono nate in queste province: si producono frutta essiccata, polpe e succhi. Un’opportunità di sviluppo economico e sociale per queste comunità, estremamente vulnerabili. Diffondere messaggi come questo, è molto più complesso di quanto si creda, per molte ragioni. Intanto a causa dell’isolamento e della lingua. Il Mozambico è un Paese grande tre volte l’Italia, dove c’è una sola ferrovia, praticamente inutilizzabile, le strade asfaltate sono solo una piccola parte e collegano le città principali, non certo le aree rurali. Quelle non asfaltate sono spesso così malmesse da risultare impraticabili. La popolazione è dispersa sul territorio, l’età media sfiora i 17 anni (lo so, sembra incredibile, ma sono i dati del Ministero dell’Interno mozambicano) e, come detto, soprattutto nelle zone più remote il portoghese fatica ad attecchire e si parlano decine di dialetti. Non solo per questo è finito in fondo alla classifica dell’indice di sviluppo delle Nazioni Unite: 178° su 187 Paesi. Un altro motivo è che nelle aree rurali il 49% della popolazione è analfabeta, come certifica il Ministero dell’Istruzione mozambicano, percentuale che sale al 61% fra le ragazze dai 25 anni in su. Anche il tasso di dispersione scolastica è altissimo soprattutto fra le ragazze: solo il 28% termina il ciclo di educazione primaria. Appena il 2% di quelle che riescono a proseguire arriva alla fine del liceo. Del resto, da queste parti, non è raro vedere ragazzine di 11, 12 anni, accudire dei figli.