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19 mag 2022

"Non siamo criminali di guerra" Ancora metà soldati nell’acciaieria

Nell’Azovstal restano i comandanti. Gli uomini simbolo della resistenza rischiano di essere processati

19 mag 2022
Un soldato dell’Azov esce dall’acciaieria, pochi giorni fa. ferito inneggiava alla vittoria
Un soldato dell’Azov esce dall’acciaieria, pochi giorni fa. ferito inneggiava alla vittoria
Un soldato dell’Azov esce dall’acciaieria, pochi giorni fa. ferito inneggiava alla vittoria
Un soldato dell’Azov esce dall’acciaieria, pochi giorni fa. ferito inneggiava alla vittoria
Un soldato dell’Azov esce dall’acciaieria, pochi giorni fa. ferito inneggiava alla vittoria
Un soldato dell’Azov esce dall’acciaieria, pochi giorni fa. ferito inneggiava alla vittoria

I soldati ucraini che difendevano l’acciaieria Azovstal escono lentamente dall’impianto semidistrutto, ma ancora la metà, un migliaio, resta nelle viscere dell’impianto. Lo ha confermato il leader della repubblica filorussa di Donetsk, Denis Pushilin, che ha sottolineato che "sinora nessun comandante sia uscito". Tra chi rimane sottoterra ci sono almeno 800 uomini del battaglione Azov – accusati da Mosca di essere "nazisti" – e, come ha detto Pushilin, tutti i comandanti, che temono di essere processati dai russi e condannati a lunghe pene detentive.

Nel mirino è ovviamente il comandante del reggimento Azov, Denis Prokopenko, che con il suo videomessaggio ha dato il via alle evacuazioni nella serata di lunedì. Il 30enne comandante ‘Redis’ – il suo soprannome di quando era un ultrà della Dinamo Kiev che l’ha accompagnato nella ricerca della gloria militare –, già studente di filologia germanica all’università di Kiev e oggi medaglia dell’Ordine della Croce d’oro per diretta concessione del presidente Volodymyr Zelensky, è forse la preda più ambita per Mosca. E insieme a lui, sono attesi al varco gli altri vertici del battaglione: il vicecomandante Sviatoslav ‘Kalyna’ Palamar e il capo dell’intelligence Ilya Samoilenko, detto Cyborg per il braccio in titanio e l’occhio di vetro. L’altro volto che i russi sognano di inquadrare tra le sbarre di un tribunale di guerra è quello del maggiore. Serhiy Volyna, comandante dei marines della 36ª brigata.

Ma Mosca di garanzie non ne vuole dare. Prima si arrendano, poi si vedrà, è la linea. "L’uscita dei militari ancora rimasti nei cunicoli dell’acciaieria può essere considerata solo se depongono le armi e si arrendono" ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Tutto da verificare anche lo scambio con prigionieri russi: probabilmente si farà solo per i "non Azov".

Ieri mattina il ministero della Difesa russo ha indicato che a Mariupol "nelle ultime 24 ore 694 combattenti, di cui 29 feriti, sono stati fatti prigionieri e che dal 16 maggio, 959 combattenti, di cui 80 feriti, sono stati fatti prigionieri". Secondo il ministero, 51 feriti sono stati ricoverati in ospedale a Novoazovsk, tutti gli altri sono stati trasferiti nel carcere di Yelenovka, nelle aree controllate dai separatisti. Tra di loro (vedi foto) anche il miliziano barbuto la cui foto, scattata nel buio dei sotterranei della Azovstal, con un braccio fasciato e le due dita alzate in segno di vittoria, era diventata una delle immagini simbolo della resistenza dei combattenti del battaglione Azov.

La Duma, la camera bassa russa, valuterà in settimana una risoluzione che vieta lo scambio dei combattenti ucraini evacuati dall’Azovstal. "Per quanto riguarda i criminali di guerra e i nazionalisti – ha detto Denis Pushilin, il capo della Repubblica filo-russa di Donetsk –, il loro destino, se hanno deposto le armi, dovrebbe essere deciso da un tribunale che deciderà se si tratta di un criminale nazista. E la corte dovrebbe essere internazionale". Da notare che a proposito dell’acciaieria, gli stessi separatisti si rendono conto che è così distrutta da non poter essere riutilizzata. "Vogliamo demolirla – ha annunciato Denis Pushilin – per costruire al suo posto un parco o un polo scientifico"

Alessandro Farruggia

© Riproduzione riservata

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