Giampiero Galeazzi e Ruud Gullit
Giampiero Galeazzi e Ruud Gullit
Nel 1998 stavamo ai Mondiali di calcio in Francia. Mancavano pochi minuti all’inizio della partita tra gli Azzurri e l’Austria. Lui si fece largo in tribuna stampa esclamando: "Raga’, me so’ pappato uno spaghetto al Quartiere Latino in compagnia di Trapattoni". Una voce (la mia, lo ammetto) rispose: "Mica ti sarai magnato pure il Trap…". Ah, Giampiero Galeazzi! Salutarlo per l’ultima volta significa prendere congedo da un pezzo del nostro immaginario collettivo. Dove Bisteccone, come lo chiamavano tutti, era entrato certo non in punta di piedi. Ma urlando come un ossesso per remare con i fratelli Abbagnale verso l’oro olimpico, per poi...

Nel 1998 stavamo ai Mondiali di calcio in Francia. Mancavano pochi minuti all’inizio della partita tra gli Azzurri e l’Austria. Lui si fece largo in tribuna stampa esclamando: "Raga’, me so’ pappato uno spaghetto al Quartiere Latino in compagnia di Trapattoni". Una voce (la mia, lo ammetto) rispose: "Mica ti sarai magnato pure il Trap…". Ah, Giampiero Galeazzi! Salutarlo per l’ultima volta significa prendere congedo da un pezzo del nostro immaginario collettivo. Dove Bisteccone, come lo chiamavano tutti, era entrato certo non in punta di piedi. Ma urlando come un ossesso per remare con i fratelli Abbagnale verso l’oro olimpico, per poi gettarsi in acqua con loro e il timoniere Peppiniello Di Capua dopo il trionfo. Oppure sudando copiosamente sotto una camicia troppo stretta mentre raccontava improbabili imprese dei tennisti italiani nelle sfide di Coppa Davis. O ancora ballando con Mara Venier in quei pomeriggi televisivi della domenica, tra una canzonetta e Novantesimo Minuto. A Giampiero, soldato Rai per tutta la vita, nessuno mai avrebbe potuto rimproverare l’esagerazione: lui era così, spontaneo nella esternazione come nell’approccio alla forchetta. Non fingeva. Non recitava. Credo amasse apparire, come chiunque abbia a che fare con la tv. Ma era uno vero. E questo la gente comune lo percepiva. Attenzione, però. In tutto questo, Giampiero è stato anche (se non soprattutto!) un grande giornalista. Infatti le sue telecronache entusiaste tutti ce le ricordiamo. Mentre mi domando, con una punta di malinconia, chi tra trent’anni serberà memoria dei suoi successori, eredi, epigoni.

Badate: il segreto dell’amico Giampiero non stava nella presunta trasandatezza o nella narrazione sbrigativamente popolare ("Non li prendono più", "Andiamo a vincere", gridato per i soliti fratelli Abbagnale). Al contrario: Galeazzi, che era stato atleta di ottimo livello, canottiere da Nazionale, possedeva una enorme cultura dello sport. Solo che non la ostentava. Voleva farsi capire da tutti. Si era impadronito, adattandola, della lezione di Indro Montanelli: quando parli o scrivi, pensa che ti rivolgi anche a chi al massimo ha giocato a briscola.

Di più. Giampiero Galeazzi ha il merito storico di avere inventato un genere giornalistico morto addirittura prima di lui. Mi riferisco alle straordinarie interviste a bordo campo o negli spogliatoi. Grosso com’era, Bisteccone riusciva ad intrufolarsi dappertutto. Ficcava il microfono davanti alla bocca di Maradona, finiva sotto la doccia con Gullit, obbligava Platini a sciogliersi in una risata, bloccava Gianni Agnelli all’uscita dallo stadio. Era un artigiano che nel dialogo improvvisato si trasformava in artista. Al servizio del telespettatore.

Oggi un Galeazzi 2.0 sarebbe impossibile, la comunicazione moderna è blindata, un giovane cronista che tentasse di avvicinarsi a Cristiano Ronaldo ma anche a Raspadori verrebbe fucilato sul posto. È cambiato il mondo e non sono tanto convinto che sia cambiato in meglio. Una volta chiesi a Giampiero come riuscisse a farsi accettare da qualunque interlocutore Vip, in circostanze persino estreme. Ci pensò su un attimo e poi mi disse: forse vedono quanto sono grosso e hanno paura che li meni in caso di rifiuto. Andiamo a vincere, Bisteccone.