di Davide Rondoni Quando mi chiedono, come si usa oggi spesso, "tutto bene?" rispondo: "Tutto bene forse in Paradiso, qui un po’ sì, un po’ no". Rimangono lì per lì perplessi, abituati al flusso di formalità banali con cui conviviamo nella comunicazione. Poi ci pensano, e sospirano "eh, in effetti". Se il "tutto bene" coincide con la felicità, di certo non è una condizione che noi uomini possiamo vivere. A meno che non si ritenga la felicità una specie di utopica sospensione di ogni pena, comprese quelle altrui che ci feriscono, quindi essendo diventati insensibili come dei carciofi. La felicità nella vita terrena...

di Davide

Rondoni

Quando mi chiedono, come si usa oggi spesso, "tutto bene?" rispondo: "Tutto bene forse in Paradiso, qui un po’ sì, un po’ no". Rimangono lì per lì perplessi, abituati al flusso di formalità banali con cui conviviamo nella comunicazione. Poi ci pensano, e sospirano "eh, in effetti". Se il "tutto bene" coincide con la felicità, di certo non è una condizione che noi uomini possiamo vivere. A meno che non si ritenga la felicità una specie di utopica sospensione di ogni pena, comprese quelle altrui che ci feriscono, quindi essendo diventati insensibili come dei carciofi. La felicità nella vita terrena non credo sia possibile. Se non a patto di instupidimento. Ritengo che sia possibile avere un atteggiamento lieto, come indicava san Francesco, non felice. E Francesco indicava la radice della letizia nel legame con Gesù. Per lui nelle avversità e dolori, un punto di letizia, di positività resiste.

La parola felicità evoca qualcosa per cui ci sentiamo destinati. E se non intera ne cerchiamo briciole, attimi, ma il rischio è che tali attimi coincidano con una distrazione, piccole parentesi beate e però anche beote. In tutte le culture gli uomini elaborano idee, azioni, comportamenti che avvicinino alla felicità. Persino ogni grande ideologia, da quella materialista e comunista a quella liberista e mercatista, devono, per sedurre le folle, far leva sulla sua promessa. La parità delle classi, la superiorità di una razza, la fluidità del genere o un buon apparecchio wi-fi vengono proposti come passo verso una maggiore felicità. Anche la grande movimentazione del ‘68 aveva tra i temi agitati da taluni suoi maestri di pensiero – che si riferivano a utopisti ottocenteschi o a figure della rivoluzione francese – la felicità, fatta coincidere con la liberazione sessuale o gli effetti d’allucinazione per droga.

Il fatto stesso che la felicità sia stata promossa da tante culture e ideologie, rende attenti a considerare la felicità qualcosa di legato a puri meccanismi biologici, come se dipendesse da uno certo stato psicofisico e basta. Per coloro per i quali la felicità è possibile, occorre coinvolgere la morale, la cultura, persino la politica per l’obiettivo. Non basta solleticare un neurone o un’area del cervello. La nuova ideologia scientista e naturalista ha bisogno di dare annunci riguardo alla felicità per far presa. Se ieri si prometteva il paradiso in terra attraverso un meccanismo politico sociale – anche a costo di milioni di morti – oggi si promette il ’meccanismo’ per la felicità, a costo di eleggere un idolo non meno vorace di vittime, il bio-scientismo.

Ma allora dobbiamo rinunciare alla felicità? No, ma dobbiamo sapere dove abita. Sbagliare indirizzo può essere causa di immani sofferenze. La parola ha una etimologia che dal latino al greco, risalendo fino alla radice sanscrita, lega la felicità alla fertilità. È un indizio prezioso. Le nostre piccole esperienze quotidiane ce lo confermano: siamo più contenti quando doniamo, quando ci doniamo. Se sapremo donare davvero la vita saremo felici lassù. E più lieti quaggiù. Il resto è utopia, ideologia pericolosa.