Piero Fachin Prendete cortesemente nota: "Vorrei che insieme superassimo questo momento". E sottolineate bene una parola: insieme. È quello che ha detto la tirocinante psicologa pensando, e idealmente parlando, all’infermiera che in un sol colpo le ha iniettato sei dosi di vaccino (anzi, quattro...

Piero

Fachin

Prendete cortesemente nota: "Vorrei che insieme superassimo questo momento". E sottolineate bene una parola: insieme. È quello che ha detto la tirocinante psicologa pensando, e idealmente parlando, all’infermiera che in un sol colpo le ha iniettato sei dosi di vaccino (anzi, quattro come abbiamo saputo ieri). Giusto per sottolineare che una cosa sono le parole e un’altra i fatti, la madre della ragazza ha di conseguenza precisato: "No, non faremo denuncia. Non vogliamo rovinare la vita di nessuno". Capita, questa cosa, all’ospedale di Massa, Italia. Capita nel Paese dove tutti siamo pronti a fare causa al vicino perché innaffiando i gerani sporca il nostro balcone, e a rovinarci la vita nel tentativo, vano, di rovinare la sua. In un Paese un po’ così, con della gente un po’ così, le denunce contro i sanitari sono più di trentamila all’anno, tanto che i medici più furbi, che a volte sono anche quelli più bravi, ormai si rifiutano di operarci. Con questa non trascurabile conseguenza: mentre loro evitano guai, noi di fatto dobbiamo rinunciare alle cure migliori, perché i migliori se ne stanno alla larga. Un corto circuito. Capite allora la potenza della scelta di questa ragazza. Ha deciso di perdonare. L’infermiera ha fatto un grave errore, ma sicuramente non getterà alle ortiche la seconda possibilità che la vita le sta dando. A una condizione: che si capisca come sia potuto accadere un fatto di gravità assoluta. Perché va bene il perdono, ma nessuno vuol passare per fesso.