di Gabriele Moroni "Cinque anni e dodici giorni dopo", dice ricordando il suo arresto. Stefano Binda riceve la telefonata da Roma dei difensori Patrizia Esposito e Sergio Martelli. Mette il viva voce e condivide la notizia con i cronisti in attesa davanti alla casa di Brebbia: la sua assoluzione è confermata. La prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso della procura generale di Milano sia quello delle parti civili, come aveva chiesto nella requisitoria anche il sostituto procuratore generale Marco Dall’Olio. Non è lui, quest’uomo di 53 anni, l’assassino di Lidia Macchi. Non è il massacratore spietato che la sera del 5 gennaio 1987, dopo la violenza, trucidò con 29 coltellate la studentessa di Varese, sua compagna di liceo...

di Gabriele Moroni

"Cinque anni e dodici giorni dopo", dice ricordando il suo arresto. Stefano Binda riceve la telefonata da Roma dei difensori Patrizia Esposito e Sergio Martelli. Mette il viva voce e condivide la notizia con i cronisti in attesa davanti alla casa di Brebbia: la sua assoluzione è confermata. La prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso della procura generale di Milano sia quello delle parti civili, come aveva chiesto nella requisitoria anche il sostituto procuratore generale Marco Dall’Olio.

Non è lui, quest’uomo di 53 anni, l’assassino di Lidia Macchi. Non è il massacratore spietato che la sera del 5 gennaio 1987, dopo la violenza, trucidò con 29 coltellate la studentessa di Varese, sua compagna di liceo classico e come lui militante di Comunione e Liberazione. È confermata la sentenza con cui, il 24 luglio 2019, la Corte d’Assise d’appello di Milano lo aveva assolto per non avere commesso il fatto, ribaltando il verdetto di carcere a vita pronunciato poco più di un anno prima dalla Corte d’Assise di Varese. Binda offre una tazza di zenzero e curcuma. "Non è la fine di un incubo. Non c’era niente di onirico. E’ tutto realtà, nel male, che non è stato poco, e nel bene, che è stato molto. Ho vissuto questo incubo da sveglio. Mi ha colpito che il procuratore generale, che erroneamente si crede debba sempre accusare, abbia chiesto l’assoluzione, riconoscendo la solidità della sentenza d’appello e respingendo i ricorsi". Ora ci saranno azioni da parte sua? "Sì, ci saranno conseguenze per tutto il male sofferto, al di là della devastazione economica". E sulla famiglia Macchi: "Abbiamo sofferto insieme". Paolina Bettoni, la madre di Lidia, è forte come sempre. "Non possiamo fare nient’altro che accettare. Lidia non è morta da sola, qualcuno l’ha uccisa. Ormai ho perso tutte le speranze. Lidia non meritava una cosa così, ma dobbiamo accettare la volontà del Signore".

Lidia Macchi non ha ancora 21 anni. Vive a Varese con i genitori, la sorella minore, il fratellino nato da dieci mesi. È capo scout, impegnata in CL, in contatto epistolare con il fondatore don Giussani. Si smaterializza in quella sera di gennaio 1987. È stata in ospedale a Cittiglio da un’amica ricoverata. La sua Panda viene avvistata la mattina del 7 gennaio da tre amici impegnati nelle ricerche. È su una collinetta a poche centinaia di metri dall’ospedale, zona squallida e solitaria di tossici, prostitute, discariche abusive. Il corpo straziato di Lidia è accanto all’utilitaria, coperto da un cartone. Da allora 34 anni di inutile rincorsa alla verità. Indagini senza esito. Sospetti. Ombre. Reperti distrutti o spariti. Un magistrato sanzionato dal Csm.

Un arresto, una condanna, la sua cancellazione. Polemica fra toghe. Nel gennaio 2016 un sussulto. Finisce in carcere Stefano Binda. Quasi 50enne, vive con la madre, la sorella, il nipote. È stato un ragazzo di intelligenza sfavillante, ha una laurea in filosofia e un passato segnato dalla droga.

È lui il predatore assassino? Una consulenza grafologica gli addebita la poesia anonima ’In morte di un’amica’, recapitata alla famiglia il giorno dei funerali di Lidia e subito attribuita al killer. Nell’abitazione di Brebbia le perquisizioni portano a galla un bric a brac di agende e annotazioni come quella "Stefano è un barbaro assassino" che Binda ripudia come non di sua mano. Sufficiente per una condanna? Ergastolo in primo grado a Varese. Assoluzione piena in appello a Milano. Binda torna libero dopo tre anni e mezzo in cella. Un’assoluzione che il giudice relatore Franca Anelli motiva in 262 pagine irte di giudizi severi sulle indagini e sulla prima sentenza come quello di una ricostruzione del delitto "non sorretta da alcun riscontro probatorio, tanto da dover essere colmata, nei suoi vistosi voli pindarici, con ragionamenti ipotetici e dettagli non fattuali".