Ermelinda Campani Su queste pagine, ancor prima che il premier Draghi stigmatizzasse pubblicamente questa pratica, si è spesso parlato dell’abitudine di infarcire la nostra bella lingua con parole inglesi che di solito sono mal utilizzate e peggio pronunciate. Una riflessione, invece, sui termini nostrani che percorrono l’itinerario opposto, ovvero che vanno all’estero, permette di fare alcune considerazioni...

Ermelinda

Campani

Su queste pagine, ancor prima che il premier Draghi stigmatizzasse pubblicamente questa pratica, si è spesso parlato dell’abitudine di infarcire la nostra bella lingua con parole inglesi che di solito sono mal utilizzate e peggio pronunciate. Una riflessione, invece, sui termini nostrani che percorrono l’itinerario opposto, ovvero che vanno all’estero, permette di fare alcune considerazioni sui grandi miti culturali e su come viene concepita l’italianità nel mondo. Il primato delle parole italiane che varcano i nostri confini va a quelle che descrivono la cucina: pizza, pasta, lasagna, tortellini, bruschetta, gelato, mozzarella, spaghetti, latte (che non è il “latte” ma una versione di caffellatte), cappuccino, pesto, espresso, tiramisù, al dente, e così via. E a circolare nel mondo sono anche le voci italiane legate alle arti. Dalla musica (adagio, forte, intermezzo, opera, maestro, primadonna, diva, soprano, ballerina, cappella), alla pittura (chiaroscuro, “fresco,” cioè pittura “al fresco” e dunque affresco), al cinema (la dolcevita di Fellini e i suoi paparazzi) e la letteratura (rima, stanza, canto, replica). Poi c’è cupola, terracotta, villa, veranda, portico e piazza, che sono le parole delle arti plastiche. Da ultimo, voglio ricordare gusto che all’estero si usa non tanto nell’accezione di “buon gusto,” quanto in quella più godereccia di “con gusto;” mentre ciao, bravo e arrivederci sono un tributo alla socialità che ci caratterizza. Vista attraverso la lente di questi termini, la cultura italiana si presta, sì, a qualche stereotipo ma mostra anche tutta la sua nobiltà. In filigrana alla centralità della cucina ci sono affetti (la famiglia), genuinità e salute (la dieta mediterranea), comunità e tradizioni (la tavola come luogo di incontro). Le parole legate alle arti segnalano invece la straordinaria bellezza del nostro patrimonio e dicono di una cultura incentrata sull’educazione dello spirito. Dunque, non esportiamo parole e idee da poco. Anzi, facciamo impallidire quelle che nell’italiano circolano dalle altre lingue.