Roberto

Pazzi

Nei Dialoghi dei morti Luciano di Samosata accenna nell’Ade a un teschio posato su una colonnina: è quel che resta di Elena, la donna più bella del mondo, quella per cui fu combattuta la guerra di Troia. Dove si capisce che la verità di quel misero teschio è la tanto decantata bellezza, passata come un sogno o una menzogna. Anche nei Trionfi di Petrarca si pone la questione del rapporto fra il falso e il vero, ma declinata nei termini del contrasto fra la labilità della fama e la durata della gloria. Fra l’effimero dell’attualità, insomma, e la consistenza della classicità.

Più tardi arrivano i versi dell’Orlando Furioso, nel canto ariostesco del volo di Astolfo sulla luna, dove stanno tutte le cose che si sono perdute sulla terra. “Molta fama è la su, che come tarlo il tempo a lungo andar qua giù divora”. E fra le falsità che più emanano cattivo odore ecco il documento della donazione di Costantino a papa Silvestro, preteso nucleo del potere temporale della Chiesa, un apocrifo smascherato dall’umanista Lorenzo Valla. Più vicini a noi, nel tributare omaggio alla verità, che alla fine vince sempre, i versi di Foscolo de I sepolcri: “A’ generosi giusta di glorie dispensiera è morte”. La costante di tanti moniti poetici nei secoli è l’opera silenziosa del Tempo, che ha una laica funzione di conservazione della verità. Quasi a confortare il messaggio dell’evangelista Giovanni: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.