Antonio

Troise

Non abbiamo niente contro Bassolino, il re del "rinascimento napoletano", il sindaco per eccellenza, l’uomo che trasformò il G8 a Napoli nell’occasione per il riscatto della città. Ma, anche al netto del bilancio in chiaro-scuro della sua esperienza da Governatore della Campania, è proprio alla luce di quella stagione che il ritorno sulla scena politica guarda più al passato che al futuro. È figlio della sua voglia di riscatto, dopo la gogna giudiziaria che lo ha coinvolto in decine di processi finiti, tutti, con altrettante soluzione. Ma è anche il simbolo, più evidente, dell’incapacità della classe dirigente napoletana di esprimere nuovi leader dopo la lunga stagione della seconda Repubblica.

Bassolino, riformista da sempre, esponente di punta del vecchio Pci, ha incarnato la politica post-tangentopoli, con la voglia di cambiamento espressa dalla cosiddetta "società civile" rispetto agli scandali che avevano travolto e cancellato partiti storici come la Dc e il Psi. Oggi, però, il post-epidemia avrebbe bisogno invece di energie nuove, in grado di guardare più avanti e più in profondità rispetto ai cambiamenti chiesti dalla collettività alle istituzioni. C’è un tempo per ogni cosa, anche per la politica. Sarebbe davvero un peccato disperdere la lezione storica dell’elezione di Bassolino negli anni 90 con una sua riedizione, sia pure riveduta e corretta, trent’anni dopo. Come a dire: non esistono leader per tutte le stagioni.