Chiara

Di Clemente

Èsemplice ricordarsi perché lo avevamo tanto amato. Il 22 marzo saranno cent’anni dalla nascita, ma per raccontare come mai la sua anima sia ancora viva in quest’Italia così cambiata, basta quel film che Nino Manfredi interpretò diretto da Ettore Scola nel ’74. Lì c’era il Paese dei nostri padri, e la sinistra, dalla Resistenza alla disillusione. Giovani partigiani rischiano la morte insieme, poi condividono gli ideali comunisti: due sono intellettuali, l’avvocato Vittorio Gassman e il professore Stefano Satta Flores.

Manfredi dei tre è il più semplice, il meno pretenzioso, portantino all’ospedale. Gassman è il primo a tradire, entrando in affari con il palazzinaro padre della tenera Elide che Gassman sposerà solo per convenienza; nel nome dei suoi ideali, per rincorrere aspirazioni cinefile che si riveleranno astratte e velleitarie, Satta Flores tradirà l’amore, abbandonando moglie e figlio: "Noi pensiamo di cambiare il mondo ma è il mondo che cambia noi", commenterà con amarezza. Molti anni dopo i tre si ritrovano nella trattoria della loro gioventù: Gassman e Satta Flores, l’uno disonesto con gli amici, l’altro con se stesso, si autodefiniscono gli "intellettuali fracichi, migliori del proletario imborghesito". Nino sarà anche proletario, ma non si è imborghesito. Tutt’altro. È l’unico ad aver mantenuti vivi rettitudine e ideali politici. Grazie all’ umile ma potentissimo "friccico ner core" per la donna che non ha mai smesso di amare.