Raffaele

Marmo

Niente spaghetti, siamo inglesi. Ma se la regina Elisabetta II si priva della pasta italiana per eccellenza, l’affronto non è tanto al nostro Paese. Ci mancherebbe. E’, in fondo, solo la quintessenza del mangiare male (per usare un eufemismo) di un intero popolo. Certo è che in altre corti del mondo vecchie e nuove, monarchiche e repubblicane, gli spaghetti sono di casa: dai Borbone (che inventarono "I vermicelli alla Borbone", aglio e olio) alla Casa Bianca. Gli spaghetti sono una sorta seconda bandiera nazionale (e sono entrati nella leggenda le immagini di Aldo Fabrizi e Alberto Sordi), ma anche uno dei piatti più internazionali.

Popolari e popolani, nobili e plebei, hanno trovato, forse, la loro migliore celebrazione nell’Elogio degli spaghetti di Giuseppe Prezzolini: "Quasi tutti i popoli del mondo han saputo mescolare la farina di grano con l’acqua e n’han cavato dei pani o dei biscotti, ma le forme fantasticamente svariate delle paste alimentari, di cui gli spaghetti son soltanto una, sia pur la più celebre, son proprio dell’immaginazione di un popolo artistico come l’italiano, che ha capito che per mangiare bene non basta offrire cosa sana o nutriente ed igienicamente preparata, ma bisogna stuzzicar la mente, e che l’appetito incomincia con gli occhi". Tanto da concludere: "Molto giustamente il critico Christopher Morley disse: “Non ci si sente mai soli quando si mangian spaghetti; richiedon troppa attenzione”".