Guido

Bandera

Niente scuola? Niente shopping. Nasce, in rete, la protesta di un gruppo di mamme lombarde che – esasperate dalla chiusura delle scuole – scrivono al presidente Attilio Fontana promettendo lo sciopero degli acquisti non essenziali. "Mobili, scarpe, vestiti: spese extra congelate e niente parrucchiere fino a quando non riapriranno le scuole". Il concetto è: se non è essenziale lo studio, non lo sono neppure l’hair stylist, la sciarpina firmata o la libreria di design. "Non vogliamo penalizzare l’economia, ma ribadire un principio". Il principio è chiaro, l’intenzione condivisibile.

Ma rischia di trasformare

il dibattito cruciale fra voluttuario e essenziale in qualcosa di mondano, persino frivolo. Il fatto è che la protesta, messa così, si presta a una critica facile, forse un po’ populista ma fondata, e a una più di lungo periodo. Quella semplice è che molti, anche per l’esplodere dei contagi e la crisi che ne è conseguita, non si possono più permettere non solo il voluttuario, ma anche l’essenziale. Cassintegrati, lavoratori che conservano il posto solo per il blocco dei licenziamenti e imprenditori che hanno chiuso lo shopping proprio non lo fanno. Lo sciopero del caviale davanti a chi non ha il pane non è una grande operazione, almeno dal punto di vista comunicativo. Ma posso sbagliarmi. Di certo non fare acquisti serve a far chiudere più negozi e a creare altri disoccupati. E in questi mesi a perdere l’impiego nel 90% dei casi sono state le donne.