Milano, 18 dicembre 2014 - Hanno il volto tirato di chi tutti i giorni si alza alle 5 del mattino per tirar su la saracinesca del bar o del circolo. «Camicia e gilet sempre in ordine» perché per loro il lavoro è un fatto di dignità. Hanno da chiamare il fornitore perché siamo a metà settimana e non si è fatto vivo. E da discutere col corriere espresso. Hanno la testa e le mani spesso nella cassa: fanno di conto, separano le banconote dai «Gratta e Vinci». Appena possono evadono, mente e sguardo, verso la televisione e si lasciano catturare dall’ultimo servizio del telegiornale: «Ai milanesi piace il panettone o il pandoro?». Onesti lavoratori. Sono gli esercenti di piazza Prealpi, la piazza che gli affiliati alla cosca Libri della ’ndrangheta erano riusciti a far propria, non fosse per i 59 arresti scattati all’alba di martedì. Spaccio di droga, estorsioni, usura: queste le accuse, questi gli affari dei compari di Prealpi.

Ma è tra quei volti tirati, tra quelle camicie in ordine, tra quelle mani che distribuiscono caffè che si percepisce la capacità di certa malavita di far tutt’uno con la gente per bene, di diventare parte del paesaggio, parte del gioco, mai del problema. È tra loro che si capisce come Alessandro Nucara onorasse al meglio il ruolo di luogotenente che gli era stato affidato. Inutile affannarsi a ricostruire la mappa dei locali in cui si riuniva il clan. Da buon «vigile di quartiere», Nucara i locali di piazza Prealpi li girava tutti. Quando ne sceglieva uno per la colazione, provvedeva a sceglierne un altro per il pranzo. Quando ne sceglieva uno per il mattino, ne sceglieva un altro per il pomeriggio: a volte un caffè, a volte un giro di slot machine, altre ancora solo due parole di saluto. Il suo arresto ha sorpreso pochi e nessuno. Ma c’è di più, c’è chi ci è rimasto male. «A me dispiace che sia finito dentro – dice un esercente –. Quando conosci una persona, non sei contento che gli succeda qualcosa di brutto». Come se Nucara fosse caduto dalle scale. «Alessandro passava sempre, parlavamo spesso: io ci sarei andato anche a cena», fa sapere un altro esercente. Di chiacchiera in chiacchiera, e forse di cortesia in cortesia, Nucara ha finito col fare da padrino al battesimo del figlio dei gestori di un circolo che dà sulla piazza: nessuna parentela, eppure è diventato uno di famiglia.

A proposito di circoli, la tessera da «reduce e combattente» l’ha avuta nel 2007, «ma da simpatizzante, anche se ha detto che suò papà era reduce vero». E al circolo andava per giocare a carte con gli anziani. Ecco perché quando gli esercenti scorrono la lista dei 59 arrestati, il loro dito si ferma sempre e solo alla riga in cui compare il nome di Nucara. La faccia «amica» della cosca. «Quelle sono persone serie» assicurano dai bar. Come se il luogotenente fosse incappato in una bravata. Parole ad un tratto scandite con un filo di voce: un amico di Nucara è entrato nel bar. Il blitz di procura e forze dell’ordine riesce, allora, quasi fastidioso: come lo spot che interrompe il film. «Tutti qui sapevano ma quella – ci risiamo – è gente educata, al quartiere non davano problemi». «Meglio la mafia italiana che quella straniera. Perché parla la nostra stessa lingua». «Il problema – scandisce più d’uno – è la polizia: negli ultimi tempi venivano spesso in quartiere, non una bella pubblicità per chi deve mandare avanti un locale». «Troppa regolarità fa male – aggiunge letterale un altro esercente –, perché poi si smette di lavorare». La legalità come il canone Rai: un costo un po’ meno impopolare che però si farebbe ugualmente e volentieri a meno di pagare.

giambattista.anastasio@ilgiorno.net