Marina Petrella a Parigi (Ansa)
Marina Petrella a Parigi (Ansa)
"Dolore e compassione per le vittime, tutte le vittime. Per le famiglie coinvolte, compresa la mia. Adesso stiamo arrivando verso la fine, stiamo raschiando il fondo del barile. Ho vissuto tutti questi anni con grande dolore: 10 anni di carcere tra Francia e Italia, e 30 di esilio. Una pena senza sconti e senza grazie". Quando arriva nel palazzo di giustizia di Parigi per comparire con gli altri ex terroristi italiani davanti alla Chambre d’Instruction della Corte d’appello, Marina Petrella, 67 anni, scambia qualche parola con i giornalisti. Ha il volto segnato dalla stanchezza e dalla tensione. Sa che la sua strada è segnata, che l’estradizione, sua e degli altri, avrà comunque luogo – fra un anno, forse...

"Dolore e compassione per le vittime, tutte le vittime. Per le famiglie coinvolte, compresa la mia. Adesso stiamo arrivando verso la fine, stiamo raschiando il fondo del barile. Ho vissuto tutti questi anni con grande dolore: 10 anni di carcere tra Francia e Italia, e 30 di esilio. Una pena senza sconti e senza grazie". Quando arriva nel palazzo di giustizia di Parigi per comparire con gli altri ex terroristi italiani davanti alla Chambre d’Instruction della Corte d’appello, Marina Petrella, 67 anni, scambia qualche parola con i giornalisti. Ha il volto segnato dalla stanchezza e dalla tensione. Sa che la sua strada è segnata, che l’estradizione, sua e degli altri, avrà comunque luogo – fra un anno, forse fra due – e che questa volta non ci saranno a salvarla Carla Bruni e Nicolas Sarkozy che nel 2008 le evitarono l’estradizione per via delle sue condizioni di salute. Capelli bianchi tagliati corti, giaccone blu scuro, foulard al collo, mascherina nera sul viso, la brigatista condannata all’ergastolo nel 2007 ha scelto di far profilo basso.

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Ha deciso insieme con gli altri imputati di evitare manifestazioni. Ha chiesto ai suoi sostenitori, una piccola folla che si era data appuntamento al palazzo di giustizia, di evitare striscioni, proteste, canti e slogan. Anche gli altri 8 ’rifugiati’ degli anni di piombo, i cui dossier sono in queste ore esaminati dai giudici, hanno scelto un atteggiamento sobrio, quasi dimesso. Ecco Giorgio Pietrostefani, 78 anni, condannato come mandante dell’assassinio Calabresi, occhiali scuri, loden verde, berretto blu calato sulla fronte, mascherina bianca che nasconde ogni espressione. E Raffaele Ventura, l’ex delle Formazioni comuniste combattenti: camicia blu aperta sul collo, giubbetto e mascherina scuri, casquette con visiera che copre quasi del tutto gli occhi, sostiene di non essere estradabile perché ha la cittadinanza francese.

Ci sono Narciso Manenti, l’assassino dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Gurrieri a Bergamo. Giovanni Alimonti ed Enzo Calvitti, condannati per tentato omicidio e banda armata. Roberta Cappelli, responsabile come la Petrella dell’omicidio Galvaligi. Sergio Tornaghi e Luigi Bergamin, l’amico e complice di Cesare Battisti. Solo uno manca all’appello: Maurizio Di Marzio, che il 10 maggio vedrà prescritta la condanna e non si è presentato.

"Ho letto su un settimanale francese che ormai in Francia tutti si disinteressano di noi, che non ci segue più nessuno. Come vedete invece – dice Marina Petrella – c’è ancora qualcuno che ci è vicino". In tanti anni di latitanza non ha perso l’accento romano. “Come sto? Bene. Viviamo da anni in questo stato di tensione, ma l’adrenalina un po’ aiuta, ti tira su".

Martedì sera un piccolo gruppo di amici è andato a salutarla nel ventesimo arrondissement, in un giardino nei pressi dell’associazione di quartiere in cui lavora come assistente sociale. Non le piace che il ministro della Giustizia francese Eric Dupond-Moretti abbia paragonato i terroristi italiani ai killer del Bataclan. Quel parallelo le sembra "un’incredibile volgarità". "Io sono stata condannata sulla base dell’assunzione di una responsabilità collettiva – sottolinea Petrella –. Forse un giorno si arriverà a una riflessione diversa su quanto accadde. La lotta armata non era fine a se stessa, tante riforme sono state fatte anche grazie a quei conflitti. C’è stato un processo di scontro atroce per tutti. Oggi – conclude – non stiamo andando verso un’apertura dello spirito critico, ma al contrario verso una chiusura fra liberalismo e autoritarismo, sia in Francia che in Italia".