Roma, 16 novembre 2019 - «ll Mose va completato, e velocemente. È una tecnologia unica al mondo e non ci sono motivi per dire che non funziona, anche se oggettivamente è costato molto. In ogni caso, è stato completato al 94%. Che facciamo, buttiamo tutto? Bloccarlo adesso sarebbe un po’ come bloccare la Tav, anzi, peggio...». Così l’ingegner Giuseppe Passoni, docente di idraulica al Politecnico di Milano.

Professor Passoni, se si dovesse decidere adesso un progetto per proteggere Venezie dall’acqua alta si userebbe ancora la tecnologia del Mose o oggi si sono sistemi migliori e meno costosi?
«Potrebbe essere che vincerebbe ancora il Mose. Volendo avere un minimo impatto ambientale, che era una delle precondizioni nella scelta, il Mose è ancora competitivo. Se l’impatto ambientale non fosse una priorità si potrebbe seguire l’esempio di Rotterdam dove si è fatto ricorso a paratoie circolari che ruotano su delle cerniere ad asse verticale e chiudono la foce del Reno quando c’è il rischio di acqua alta. Funziona bene, ma è estremamente visibile. E a Venezia non si può fare, peraltro giustamente».

Concorda sul fatto che questi eventi di marea diventeranno sempre più frequenti?
«Non c’è dubbio che coi cambiamenti climatici questi eventi diventeranno più frequenti e quindi occorre proteggere Venezia da qualcosa che si ripeterà e con sempre maggiore frequenza. Non sono eventi inattesi. Quindi bisogna attrezzarsi, perché l’eventualità di perdere Venezia è chiaramente improponibile».

Non c’è il rischio che tenendo chiusa la laguna per 80 o 100 giorni l’anno poi ne faccia le spese la Laguna?
«Il rischio che la laguna di Venezia diventi un lago in cattive condizioni trofiche c’è, perchè con chiusure ripetute e prolungate si riducono gli scambi di massa d’acqua e di nutrienti. Ma tra le opere a corredo del Mose ci sono state opere di risistemazione in laguna, comprese quelle sulle barene e la piantumazione di piante che garantiscono la fitodepurazione, che andavano proprio in questa direzione. Occorrerà monitorare con attenzione che siano sufficienti».

Lo scorso anno, in occasione dell’acqua alta del 29 ottobre, il provveditore alle opere pubbliche del Triveneto, Roberto Linetti, disse che lui le paratie le avrebbe alzate, pur se non erano complete e collaudate. Lei che avrebbe fatto?
«Anche io avrei provato ad alzarle, anche se il sistema non è collaudato. Cosa rischiavi? Al massimo, se il mare rompeva, perdevi una paratoia, al massimo non funzionava. Ma poteva funzionare. Anche solo riducendo la sezione delle bocche di porto si sarebbe creato maggiore ostacolo all’onda di marea. Non dico di fare un esperimento al buio, con traffico navale e persone vicino. Ma un esperimento fatto in sicurezza, in maniera graduale con il controllo della Capitaneria di Porto si poteva fare. Non c’erano rischi».

E perché non lo si è fatto, né allora né stavolta?
«Per paura del rischio penale, evidentemente. Nessuno si è presa la responsabilità. In Italia non è certo una novità. E i tecnici possono pure capirli. Ma in una situazione come questa invece qualcuno dovrebbe assumersi la responsabilità: l’autorità politica, la Protezione Civile, il Consiglio superiore dei Lavori pubblici, magari. Se è possibile cercare di ridurre o evitare i danni, io credo che vadano tentate tutte le strade. Anche perchè, ripeto, non vedo rischi nel caso di esito non positivo del tentativo».