di Gianni Leoni L’identikit costruì la faccia di un duro, la mandibola serrata sul mento spinto in avanti e lo sguardo cupo e minaccioso. Tutti i giornali lo misero in prima pagina e tutti quelli che erano riusciti a scampare alla sua 38 special, in Liguria e in Piemonte, concordarono: "È lui, nessun dubbio". Lui era Donato Bilancia, detto Walter, titolare di una ricca collezione di etichette: "killer delle prostitute", "mostro dei treni", "assassino dei travestiti" e di chi gli attraversava la strada quando usciva, spesso col buio, tra il 1997 e il 1998, a...

di Gianni Leoni

L’identikit costruì la faccia di un duro, la mandibola serrata sul mento spinto in avanti e lo sguardo cupo e minaccioso. Tutti i giornali lo misero in prima pagina e tutti quelli che erano riusciti a scampare alla sua 38 special, in Liguria e in Piemonte, concordarono: "È lui, nessun dubbio".

Lui era Donato Bilancia, detto Walter, titolare di una ricca collezione di etichette: "killer delle prostitute", "mostro dei treni", "assassino dei travestiti" e di chi gli attraversava la strada quando usciva, spesso col buio, tra il 1997 e il 1998, a caccia di bersagli da centrare.

Bilancia se n’è andato a 69 anni nel carcere padovano Due Palazzi. Il Covid gli ha fermato un cammino lungo 13 ergastoli per 17 omicidi e un supplemento di 16 anni per un altro agguato, in sei mesi di attività.

La sua morte ha improvvisamente ridato vita a tante notti di mistero, di paura e di sangue nel giro del vizio e non solo. A Genova e dintorni e nel basso Piemonte, il killer era un incubo e un mistero e quando l’ombra uscì dal nulla e mostrò i tratti grazie al Dna su due mozziconi di sigarette, in tanti si chiesero se il ’mostro’ era davvero lui, il mite personaggio dai frequenti sbalzi d’umore, che viveva tuttalpiù la febbre delle sale da gioco, che pranzava da solo in trattoria nella zona di Piazza Caricamento, e che invitava a cena le signore col rituale di certe piccole attenzioni forse un po’ fuori dal tempo, ma sempre gradite.

"Si presentava in abiti più che dignitosi, a volte perfino eleganti, quasi ossequioso e sempre con un mazzo di fiori che porgeva con l’accenno di un inchino. A tavola non era di grande compagnia, ma neppure noioso. Parlava della sua vita spesso segnata dal dolore e di qualche progetto sempre molto vago. "Una sera accennai al killer che terrorizzava Genova, ma non ricordo cosa rispose. Comunque non riesco davvero a immaginarlo nei panni dell’assassino", raccontò un’amica che vedeva spesso.

Nel giro di altri conoscenti, invece, c’era chi lo descriveva come "personaggio molto strano, a volte sereno a volte intrattabile e quindi difficile da inquadrare", forse per le conseguenze di un paio di incidenti stradali che lo avevano spinto fino al limbo del coma o per il pesante strascico psicologico legato al suicidio di un fratello travolto da un treno con il figlioletto in braccio.

Nel ’99 mi contattò dal carcere con una lunga lettera che mescolava arroganza, stravaganza e richiesta di aiuto. "Ho ucciso, ma non ero solo. Lei dovrebbe scrivere che c’è in giro un mio complice, un altro assassino. L’ho fatto sapere anche ad altri giornalisti, ma nessuno ha risposto. Non faccio il nome del mio complice, pubblichi ugualmente un articolo. Io sono disperato, ho bisogno che qualcuno mi capisca. Se lei non farà quello che dico avrò conferma che siete una brutta categoria. Se fossi fuori saprei come trattarvi".