LIVORNO
Era il settembre del 1991 quando “conobbi“ Amedeo Modigliani. Cominciai a studiarlo nel momento in cui il mio lavoro di cronista – avevo 26 anni – per un insolito percorso del destino si imbattè in una storia che mi parve spaventosa e bellissima al tempo stesso. Spaventosa perché riguardava proprio lui, Modì, “maudit“, “maledetto“, e bellissima per lo stesso, identico motivo.
Uno stilista livornese, Giuseppe Saracino, ormai morto da qualche anno, uscì allo scoperto sostenendo di aver trovato tre teste scolpite da Modì a Livorno entro il 1909, anno in cui l’artista andò a Parigi. Quelle tre teste, raccontò Saracino, erano nella carrozzeria di un certo Piero Carboni. Le vide il giorno in cui andò a pagare una riparazione della sua Bmw. Carboni gli raccontò la storia e così cominciò un sogno, mai realizzato: far dichiarare al mondo dell’arte l’autenticità di quelle sculture. Ma nel 1984 quello stesso mondo era già stato brutalmente schiaffeggiato dalla “beffa“, quindi fu impossibile andare oltre il dolce sospetto e la speranza.
La storia è questa. Carboni disse che quelle teste di pietra le portò a casa suo nonno materno, Roberto Simoncini, detto “Solicchio“, venditore di limoni all’esterno del Mercato Centrale. Modigliani aveva il fondo accanto al banco del fruttivendolo (ora via Del Testa) e lì scolpiva, scolpiva, scolpiva. Non era ancora famoso, ma Solicchio fiutò che magari lo sarebbe diventato. Quando Modigliani – “Dedo“ per i suoi – partì per la Francia, il venditore di limoni gli disse: “Dammi quelle tre, quattro testone, non si sa mai che un giorno...“. Dunque, in base a questa testimonianza, Modigliani non le gettò nel Fosso Reale. O almeno non vi gettò quelle.
Solicchio le caricò sul carretto e le portò nel giardino della sua casa, al di là del ponte, vicino alle attuali scuole Benci. E lì rimasero, quelle teste, fin sotto i bombardamenti del 1943. Carboni narrò che lui e suo cugino Leonetto usavano trascinarle per fare la pista delle palline. A macerie ancora fumanti, l’allora giovane Piero tornò a recuperarle con altri oggetti. Ci si era affezionato, gli ricordavano suo nonno e il racconto che lui gli fece: “Me le dette un giovane scultore un po’ strano che andò a Parigi, si chiamava Dedo“.
Carboni non intraprese mai alcun percorso che portasse ad autenticare quelle sculture. Era un uomo umile, modesto. Le teste rimasero dietro la scrivania nell’ufficio della carrozzeria: divennero un “segreto sospetto“ che nessuno finora ha potuto/voluto chiarire. Giuseppe Saracino si battè a lungo nel tentativo, vano, di ottenere una carta bollata che certificasse l’originalità. Nessuno può mettere nero su bianco che quelle tre teste siano vere o false. Ma intanto esse sono sotto la custodia della Soprintendenza. Non si sa mai...





Alessandro Antico