di Luca Bolognini Facebook ha tolto l’amicizia all’Australia. E presto potrebbe farsi nuovi nemici, come se non ne avesse già abbastanza. Mark Zuckerberg ha infatti deciso di bloccare i profili dei media e la condivisione delle notizie per gli utenti di Sydney e dintorni, in segno di protesta contro il governo di Canberra. Il pomo della discordia è un disegno di legge che imporrebbe ai giganti del web di pagare gli editori per gli articoli e le inchieste che vengono ripresi (e sfruttati per profilare gli utenti a seconda dei loro interessi) da Big Tech. E se Google ha preferito accordarsi con i quotidiani, Facebook ha invece scelto di lanciare il guanto di sfida digitale. Tanto che per qualche ora ha congelato anche le...

di Luca Bolognini

Facebook ha tolto l’amicizia all’Australia. E presto potrebbe farsi nuovi nemici, come se non ne avesse già abbastanza. Mark Zuckerberg ha infatti deciso di bloccare i profili dei media e la condivisione delle notizie per gli utenti di Sydney e dintorni, in segno di protesta contro il governo di Canberra. Il pomo della discordia è un disegno di legge che imporrebbe ai giganti del web di pagare gli editori per gli articoli e le inchieste che vengono ripresi (e sfruttati per profilare gli utenti a seconda dei loro interessi) da Big Tech. E se Google ha preferito accordarsi con i quotidiani, Facebook ha invece scelto di lanciare il guanto di sfida digitale. Tanto che per qualche ora ha congelato anche le pagine social del governo, comprese quelle che fornivano informazioni sanitarie e di emergenza. "Interrompere questi servizi – ha tuonato il premier Scott Morrison – è stato un gesto arrogante e deludente". Menlo Park si è subito cosparsa il capo di cenere e ha spiegato che il blocco sarebbe scattato "per errore". Una scusa talmente credibile che, mentre sui social già impazzava l’hashtag ‘Cancellati da Facebook’, il primo ministro ha deciso di rincarare la dose: "Sono in contatto con i leader di altre nazioni, non ci lasceremo intimidire".

La posta in gioco è alta e non riguarda solo l’Australia. "Il mercato del giornalismo – spiega Lucio Picci, ordinario di Politica economica all’università di Bologna ed esperto di media – è mutato enormemente negli ultimi decenni con l’emergere delle cosiddette piattaforme, come Facebook, Google e Twitter, che hanno cambiato radicalmente il ruolo dei quotidiani, indebolendo la loro capacità di proporre le notizie ai lettori e di gestire gli spazi pubblicitari. Se crediamo nella democrazia, i media devono avere un ruolo importante e devono funzionare bene. Stiamo parlando di un settore cruciale per la collettività. Quando poche piattaforme possiedono un potere come quello che attualmente è nelle mani dei colossi del web, il pericolo è quello di minare la missione stessa del giornalismo, cioè essere il cane da guardia del potere".

Per questo motivo, con gli editori che almeno dal 2008 annaspano sotto i colpi della crisi economica, gli accordi che i quotidiani australiani hanno firmato con Google potrebbero essere una soluzione almeno sul breve-medio periodo. Le cifre sono confidenziali, ma secondo le indiscrezioni il motore di ricerca verserà 30 milioni di dollari all’anno a due dei più importanti gruppi editoriali di Sydney. Anche l’accordo con News Corp – che pubblica tra gli altri il Wall Street Journal, il Sun e il Times – è segreto, ma dovrebbe essere significativamente più alto. In ogni caso è bene tenere a mente che Mountain View, nonostante abbia deciso di allargare i cordoni della borsa, non è certo il cavaliere bianco che molti stavano aspettando. L’intesa con i media australiani è stata raggiunta dopo che Google aveva minacciato di chiudere tutti i propri servizi per gli utenti dell’isola e dopo essersi assicurata che una volta siglati gli accordi, Canberra avrebbe lasciato fuori dal disegno di legge le notizie che appaiono quando si esegue una ricerca online, ovvero la parte più sostanziosa (e chi lo avrebbe mai detto) del business.

"La vera questione – conclude Picci – è se questi siti, così come sono ora, siano compatibili con il funzionamento stesso della democrazia. Il dibattito negli Usa è partito da tempo, mentre da noi è solo agli inizi. La questione è problematica, ma quando poche piattaforme hanno un potere del genere è lecito chiedersi se non sia necessario un intervento dell’Antitrust. In gioco non c’è soltanto il futuro del giornalismo".