Lunedì 15 Luglio 2024
RITA BARTOLOMEI
Cronaca

Il cervello scendeva nel naso, il chirurgo che ha operato il neonato: il colloquio con i genitori e la decisione

Paolo Tavormina, responsabile dell’Otorinolaringoiatria pediatrica al Regina Margherita: “Non avevamo scelta”

Il cervello scendeva nel naso: l'équipe del Regina Margherita di Torino che ha operato il neonato

Il cervello scendeva nel naso: l'équipe del Regina Margherita di Torino che ha operato il neonato

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Torino, 2 giugno 2023 – Neonato di 3 mesi salvato a Torino al Regina Margherita: il cervello scendeva nel naso, il piccino era destinato a non respirare più. Colpa di una patologia rarissima, il mielomeningocele nasale.

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Abbiamo raggiunto al telefono Paolo Tavormina, responsabile dell’Otorinolaringoiatria pediatrica, e gli abbiamo rivolto 3 domande.

Come si trova il coraggio? 

Dottore, come si trova il coraggio di eseguire un'operazione così rischiosa?  "Non avevamo scelta - risponde il medico, 62 anni, da 24 al Regina Margherita, dopo aver lavorato alle Molinette -. Quel bambino altrimenti sarebbe andato incontro a danni molto peggiori, rischiava di non respirare più”. Il piccolo è stato operato diversi mesi fa, la notizia però è stata diffusa dopo per prudenza, anche per valutare le sue condizioni, che ad oggi sono buone.

Quando avete preso la decisione?

“Ne abbiamo parlato tanto con i neonatologi – ricorda il chirurgo -. Il bimbo è ricoverato all'ospedale da quando è nato, la mamma non lo ha mai lasciato. Quando la situazione è diventata non più sostenibile, lo abbiamo spiegato ai genitori che sono stati molto comprensivi. L’abbiamo definito intervento unico al mondo perché in letteratura non abbiamo trovato traccia di un’operazione simile su un paziente così piccolo. Di solito avviene su bambini di 6-7 mesi. Nei miei anni al Regina Margherita abbiamo eseguito cinque-sei interventi di questo tipo. Ma i pazienti erano più grandi e le posizioni più semplici, per così dire”.

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Come ci si sente a salvare una vita?

Dottor Tavormina, come ci si sente dopo aver salvato una vita? Un momento di silenzio al telefono, come per schernirsi. Poi il chirurgo dice solo: “È il lavoro che dobbiamo fare. Siamo lì per questo”.