Michela Di Pompeo
Michela Di Pompeo

Roma, 9 ottobre 2018 - Il pubblico ministero si era ricreduto due mesi dopo aver già illustrato la sua prima requisitoria nell’aula del giudizio abbreviato. E il 24 settembre scorso aveva chiesto per l’imputato una condanna molto più pesante: da 12 a 30 anni di carcere. Una scelta non usuale, dettata dal deposito della perizia d’ufficio che definiva l’uomo sano di mente nell’ora del delitto. E, ieri, il giudice dell’udienza preliminare ha fatto sua la seconda richiesta, condannando senza attenuanti il direttore di banca Francesco Carrieri, di 56 anni, incensurato, per l’omicidio volontario della sua compagna Michela Di Pompeo, insegnante di italiano alla Deutsche Schule di Roma, che aveva 47 anni quando fu prima strangolata e poi sfigurata con un manubrio da palestra per banali motivi di gelosia, nella notte del primo maggio 2017 all’interno dell’appartamento della coppia in via del Babuino, cuore della Città Eterna. All’alba, a cose fatte, Carrieri si presentò ai carabinieri.

Il Gup Elvira Tamburelli ha anche disposto a carico dell’imputato il sequestro del Tfr e dei conti correnti bancari, in vista di un risarcimento danni da destinare al fratello e ai genitori della vittima, che però dovrà essere definito in sede civile. "In questo momento non c’è felicità né gioia – ha commentato Luca Di Pompeo, assistito dall’avvocato di parte civile Luca Petrucci – perché nessuno potrà restituirci mia sorella Michela. Ma abbiamo la consapevolezza che con questa sentenza è stata fatta giustizia". Presenti, in gran numero, fuori dall’aula anche gli alunni e i docenti della scuola germanica dove la vittima insegnava. 

Il pm Pantaleo Polifemo, che mesi fa aveva chiesto di condannare l’imputato ad appena 12 anni di reclusione per omicidio volontario, senza aggravanti e con l’attenuante della seminfermità mentale dovuta a un «disturbo bipolare grave», ha rivisto la sua posizione dopo aver preso atto della perizia psichiatrica, disposta dallo stesso gup su richiesta della parte civile (e affidata al professor Gianluca Somma dell’università di Tor Vergata e del Policlinico militare), secondo cui Carrieri è risultato «capace di intendere e di volere al momento del fatto». La difesa, invece, sosteneva che l’uomo, pur descritto come una «persona brillante», attraversasse un periodo complicato per una forma di depressione, tra alti e bassi anche di natura professionale che lo avevano convinto a ricorrere a terapie.

L’accusa ha quindi riformulato la sua richiesta di condanna portandola a 30 anni di carcere senza riconoscere all’imputato alcuna circostanza diminuente della pena. Vittima e carnefice vivevano assieme da circa un anno. Ciascuno con figli da una storia precedente, ma quel giorno di festa erano soli in casa. Fra loro le liti non mancavano, ma il «progetto sentimentale» andava avanti. Durante la notte il cellulare di lei vibrò per un messaggino. Lui si precipitò a leggere: non erano i figli, ma un ex. E tanto sarebbe bastato per scatenare l’istinto di morte. Secondo la ricostruzione dell’omicidio illustrata in aula dal pm, Michela Di Pompeo fu immobilizzata e stretta alla gola mentre era a letto. Poi Carrieri si accanì su di lei con un manubrio da body building. E la donna non ebbe il tempo di proteggersi in alcun modo.