Venezia, 28 agosto 2018 - Un calcio al calciobalilla. È diventata definitiva la multa al gestore di un locale di Mestre che aveva scelleratamente messo a disposizione – gratuita – degli avventori un biliardino, detto anche calciobalilla, noto strumento di corruzione giovanile. I solerti rappresentanti delle forze di polizia locale avevano a suo tempo (2014) sorpreso quattro individui sospetti colti sul fatto mentre si affannavano intorno al malefico apparato. La colpa del gestore era di non aver doverosamente comunicato alle autorità municipali l’installazione del bieco marchingegno, che era stato piazzato rinunciando alle ben più rassicuranti macchinette di videopoker. Senza mostrare il minimo pentimento, il gestore ha fatto sommessamente osservare che la modulistica del Comune parla di ‘giochi con gettoniera’ mentre il suo, la gettoniera, non l’aveva. Risibile giustificazione che non ha convinto gli austeri e incorruttibili tutori della legge che con inflessibile rigore l’hanno punito.

Ricorso al prefetto: respinto. Ricorso al giudice di pace: respinto. E dire che sia l’allora sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, sia il prefetto Domenico Cuttaia si cimentarono in una partitella per scusarsi. Ma oggi a Stefano Ceolin non resta ora che pagare la multa, 1.400 euro. E, per emendarsi dalle proprie gravissime colpe, ha scelto di infliggersi un’altra afflizione: ha pensato bene di regalare a un amico il marchingegno del diavolo per non indursi in ulteriore tentazione. L’edificante episodio suggerisce alcuni interessanti spunti di riflessione. Primo: ormai la gratuità è guardata con sospetto e indice di sicuro abominio, tranne che su Internet, dove borseggiatori di musica, di libri e di film trafugano indisturbati ogni tipo di prodotto artistico. Il fatto che il calciobalilla fosse messo a disposizione appunto gratuitamente non interessa minimamente alla guardinga e occhiuta burocrazia amministrativa. Secondo: se poi il termine gratuito viene associato al calcio, si tratta di un evidente ossimoro. Terzo: soltanto a noi nostalgici di un tempo perduto può ancora suscitare tenerezza e melanconia l’immagine del calciobalilla, simbolo di spensierati pomeriggi festivi spesi in oratorio tra una cedrata e un ghiacciolo alla menta, campo indiscusso di furiose scaramucce (e anche qualche imprecazione, per la verità) che non finivano mai, però, nello scontro fisico.

I pupazzetti del biliardino possono colpire la palla, bloccarla, rilanciarla, ma non toccarsi tra loro: simbolo decaduto di un gioco all’origine riservato ai gentlemen. Il rumore della moneta che veniva inghiottita dalla gettoniera, il suono ovattato delle palle che scendevano nella fessura, il colpo secco, unico e inconfondibile, che indicava la segnatura di un gol, e quindi l’esultanza degli uni e la disperazione degli altri: tutti suoni oggi sostituiti dai multiformi, sgraziati, inarrestabili cicalecci dei giochi elettronici in cui, alla faccia dello scontro sublimato del calciobalilla, di solito vince chi ammazza più avversari.

Il leggendario fascino dei biliardino scolora ai tempi dei videomostri infarciti di violenza, sangue e nefandezze assortite. L’asta metallica con l’impugnatura di plastica è stata sostituita dal joystick elettronico in una sfida in cui gli avversari non si guardano più nemmeno in faccia. Ormai il calciobalilla è diventato una palla al piede.