di Gianni Leoni ORGOSOLO (Nuoro) Inutili i blitz nei casolari più lontani, a vuoto le ispezioni tra i boschi e nelle stalle abbandonate, senza ritorno il tentativo di allungare l’orecchio per cogliere al volo il sussurro dell’arma antica di una soffiata. Graziano Mesina non si trova. Da un anno. Neppure il Covid l’ha scovato. Quel micidiale virus che, in dicembre, si è spinto fino ai vicoli del suo paese, Orgosolo, per prendersi la vita, una dopo l’altra, di Antonietta e di Rosa, sorelle del bandito, accompagnate al camposanto con scarni funerali senza passi e senza preghiere, guardati a vista dai burberi murales che...

di Gianni Leoni

ORGOSOLO (Nuoro)

Inutili i blitz nei casolari più lontani, a vuoto le ispezioni tra i boschi e nelle stalle abbandonate, senza ritorno il tentativo di allungare l’orecchio per cogliere al volo il sussurro dell’arma antica di una soffiata.

Graziano Mesina non si trova. Da un anno. Neppure il Covid l’ha scovato. Quel micidiale virus che, in dicembre, si è spinto fino ai vicoli del suo paese, Orgosolo, per prendersi la vita, una dopo l’altra, di Antonietta e di Rosa, sorelle del bandito, accompagnate al camposanto con scarni funerali senza passi e senza preghiere, guardati a vista dai burberi murales che colorano le strade.

E allora dov’è la primula rossa del Supramonte? Mistero tra le pagine di un’inchiesta ancora tutta in bianco che mette in nota solo una catena di ipotesi e una manciata di improbabili avvistamenti qua e là, sfumati sulla riga dell’orizzonte.

E così, a 79 anni suonati, il vecchio Grazianeddu rimane un inquieto fantasma avvolto nella leggenda della sua travagliata esistenza, spesso smaltita con un piede in cella e l’altro oltre il muro di cinta.

Il dossier che lo riguarda, infatti, mette in fila una serie di 22 evasioni, dieci delle quali riuscite con imprese anche spettacolari. Come quando, nel 1967, si inerpicò con felina agilità lungo i sette metri di un muro del carcere di Sassari, per poi atterrare, lieve come una piuma, sull’altro versante, tra il placido passeggio del corso.

Un anno di vuoto, dunque. E, per compagno di latitanza, il macigno di una condanna a 30 anni per un giro internazionale di droga. Una condanna che, nel 2016, aveva fatto decadere il beneficio della grazia concessa a Mesina, nel 2004, dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.

Sulla sentenza del 2 luglio 2020, ufficializzata il giorno 8, l’irrequieto ‘Grazianeddu delle evasioni’ allungò direttamente il passo nella dissolvenza.

Da allora le congetture sulla sua sorte girano a vuoto: è a due passi da casa, no, è in Corsica, anzi è in Tunisia con un viaggio contromano rispetto a quello dei clandestini col barcone. In paese, chi non sa tace e chi sa non parla. Ma nessun occhio sbircia troppo lontano.

"È in zona", traducono i silenzi. Neppure Peppino Marotto, poeta e storico di Orgosolo, può buttar lì una parola: sei ‘anonimi’ colpi di pistola gli hanno spento la vita, nel 2007.

L’avevo conosciuto nel ’92, ai tempi del sequestro del piccolo Farouk e, tra un sorso e l’altro di un ‘filu e ferru fatto in casa’, aveva rimesso in piedi, con cronologica precisione, tutta la lunga storia di Grazianeddu: parenti, amici, sequestri, omicidi, catture, evasioni, nemici e complici. "È un uomo legatissimo alle tradizioni di qui, reati compresi. Ma ormai non è più quello di una volta e lo aspetta una placida vita da pensionato", si sbilanciò.

E, invece, 30 anni dopo, l’irrequieto Grazianeddu è sempre quello di allora: un uomo in fuga, tra l’altro appena iscritto nell’elenco a sei del ’Programma Speciale di ricerca dei Latitanti più Pericolosi’.

Gli fanno buona compagnia, dal 21 maggio, Matteo Messina Denaro, Attilio Cubeddu, Giovanni Motisi, Renato Cinquegranella e Raffaele Imperiale.