di Claudia Marin I giovani (e meno giovani) disoccupati tengono alte le percentuali dell’Istat, eppure le imprese faticano a trovare lavoratori. Un paradosso che continua a suscitare domande. Come si spiega? "Sono molte le ragioni che spiegano questo contraddittorio fenomeno di mismatch professionale – avvisa Emmanuele Massagli, presidente di Adapt –. Il sistema scolastico e universitario ha responsabilità, anche gravi. Piani formativi costruiti ad immagine e somiglianza dei docenti e non delle esigenze del tessuto produttivo; cronica diffidenza verso la formazione tecnica...

di Claudia Marin

I giovani (e meno giovani) disoccupati tengono alte le percentuali dell’Istat, eppure le imprese faticano a trovare lavoratori. Un paradosso che continua a suscitare domande. Come si spiega? "Sono molte le ragioni che spiegano questo contraddittorio fenomeno di mismatch professionale – avvisa Emmanuele Massagli, presidente di Adapt –. Il sistema scolastico e universitario ha responsabilità, anche gravi. Piani formativi costruiti ad immagine e somiglianza dei docenti e non delle esigenze del tessuto produttivo; cronica diffidenza verso la formazione tecnica e professionale, nonostante le elevate opportunità di lavoro giovani formati in questi canali. Infine, organizzazione e metodi pedagogici ancora novecenteschi: tanta aula, poche esperienze, molte discipline, limitate competenze".

Ma a essere inefficace non è anche il sistema della formazione e riqualificazione professionale?

"Certo, soprattutto per i lavoratori esperti, non più giovani: manca un oliato sistema di politiche attive capace di riqualificare il personale a rischio disoccupazione, orientandolo verso i settori scoperti. Allo stesso modo, ancora troppo deboli sono le politiche pubbliche per formare chi sta cercando lavoro e i percettori di strumenti di sostegno al reddito. Non è un caso che il pacchetto lavoro del Pnrr sia costruito attorno alla formazione: è cosi per il Piano Gol, il Fondo Nuove Competenze (corsi al posto della cassa integrazione) e il contratto di espansione (percorsi di inserimento contestuali ai pre-pensionamenti)".

Molti datori di lavoro, soprattutto in settori come commercio e turismo, puntano il dito sulla “concorrenza“ del Reddito di cittadinanza...

"Sono tante le imprese che lamentano di ricevere tanti no a proposte di assunzione in regola poiché la persona contattata preferisce l’assegno pubblico, anche se di importo minore (ma senza trasferimenti, turni e così via). Questo fenomeno può solo parzialmente spiegarsi con i bassi salari offerti in alcuni settori. Semmai, è vero che la configurazione del Reddito di cittadinanza indirettamente demotiva alla ricerca di lavoro, invece che incoraggiarla. Una soluzione può essere quella di superare il meccanismo di condizionalità che sottrae il Reddito a chi trova lavoro: perché non permettere il cumulo di assegno e stipendio fino al termine dei 18 mesi di durata della misura?".

C’è chi parla anche di un cambio di atteggiamento psicologico verso il lavoro e la fatica.

"Sempre meno i giovani concepiscono il lavoro come occasione di realizzazione personale e di affermazione sociale. Non è un fenomeno preoccupante, ma di certo spiazza le imprese, che si ritrovano a “corteggiare“ persone che hanno esigenze diverse da quelle dei padri: meno ore di lavoro, collaborazioni anche a distanza, più welfare aziendale, anche allorquando questo significa meno reddito da lavoro. È un dato generazionale, che le imprese devono imparare a gestire".