Una corsia d'ospedale, foto generica
Una corsia d'ospedale, foto generica

Palermo, 12 dicembre 2017 - Si può morire per il troppo lavoro. Non in miniera o nelle risaie, ma in una struttura sanitaria la cui missione è la tutela della salute. Così è stato per due operatori siciliani morti entrambi di fatica, un tragico esempio di karoshi, come dicono in Giappone, dove il superlavoro e gli impieghi usuranti sono pratica diffusa. 
L’Azienda sanitaria di Enna è stata condannata a risarcire gli eredi di Giuseppe Ruberto, un tecnico radiologo dell’ospedale di Nicosia morto nel 1998.

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La Corte di Cassazione ha riconosciuto il superlavoro come causa del decesso del trentenne. Nell’organizzazione ospedaliera, connotata da costanti carenze di organico «non è accettabile – affermano i giudici – riversare sui dipendenti l’onere di garantire per intero le prestazioni sanitarie ai pazienti». Devono essere il Servizio sanitario nazionale e l’Azienda che organizza il lavoro a garantire l’integrità psico- fisica di medici e operatori sanitari.

La Corte di Cassazione, dopo 10 anni di processi, ha riconosciuto che i turni eccessivi sostenuti negli ospedali dove l’organico è carente «possono uccidere» e la colpa ricade tutta sul datore di lavoro, sebbene il dipendente non si sia mai lamentato formalmente del carico eccessivo al quale era sottoposto. 
Gli eredi, perciò, hanno pieno diritto al pagamento dell’equo indennizzo e al risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale per la perdita della figura familiare. 

Un tema che ritorna, nelle stesse forme, nella morte del medico rianimatore Eugenio Rappa, 53 anni, che costretto a lavorare per tre giorni di fila in ospedale e per una notte in sala operatoria, morì d’infarto la notte di Ferragosto del 2007. Ora la moglie, Maria Accardo, anch’essa medico, chiede un maxi risarcimento da 2 milioni 568 mila euro all’Arnas di Palermo (raggruppa il Civico e il pediatrico Di Cristina presso cui Rappa lavorava). Il processo, in sede civile, è alle prime battute. «Non ne voglio parlare – dice la dottoressa Accardo – perché il procedimento giudiziario è in corso. Posso solo dire che sono convinta, da medico, che mio marito sia morto per il superlavoro. Non era la prima volta che copriva turni massacranti, gli avevo chiesto di smetterla, ma in lui aveva prevalso il senso del dovere medico e della cura dei bambini. Un obbligo morale che lo ha portato alla morte». 
 
La difesa della dottoressa Accardo ha ottenuto il badge con gli orari di ingresso e uscita di Rappa. Si scopre così che il tesserino di presenza sarebbe stato timbrato il 12 agosto e mai passato dalla macchina segnatempo. Tra i colleghi, peraltro chiamati a testimoniare, c’è chi ricorda un delicato intervento, alla vigilia di quel Ferragosto, a una bimba di 16 mesi protrattosi per moltissime ore, con Rappa deciso a non mollare la piccola paziente. 

Quello dei turni massacranti è un tema sollevato ripetutamente dai sindacati siciliani. Lo scorso settembre, un dipendente dell’Asp di Messina è svenuto, procurandosi lesioni fisiche, dopo aver lavorato quindici giorni consecutivi, senza un solo giorno di riposo.