14 apr 2022

Maxi frode sulla pubblicità: quattro arresti

Milano, imprenditori e manager ai domiciliari. Gli illeciti sul pagamento dell’Iva, contestato anche il riciclaggio: sequestrati 28 milioni

di Stefano Brogioni

MILANO

Un po’ come le plusvalenze fittizie nel calcio: operazioni in entrata e in uscita, sulla carta, che si compensano, ma che diventano vantaggiose grazie alla diverse aliquote dell’Iva da applicare. Il 22% per gli acquisti, il 4% per le vendite.

Dentro questo carosello del press deal, scoperto dalla guarda di finanza di Milano, coordinata dal pm Paolo Storari, c’è il business delle campagne pubblicitarie. Dalla cartellonistica stradale alle locandine, oppure riviste, settimanali o mensili, ed opuscoli: 28 i milioni sequestrati, ritenuti l’equivalente delle frode fiscale che viene collocata tra il 2016 e il 2019, quattro i manager finiti ai domiciliari, con l’accusa di associazione per delinquere, riciclaggio, e, appunto frode fiscale. Tra loro Marco Verna, amministratore di fatto, secondo gli inquirenti, di una galassia di società attive nella vendita di spazi pubblicitari. Una di queste è la Portobello. Che, in una nota, si dice estranea all’inchiesta e fa sapere che "il signor Marco Verna non ricopre né ha ricoperto ruoli di alcun tipo in Portobello e non ne è stato nemmeno azionista".

Nell’ordinanza firmata dal gip milanese Lorenza Pasquinelli, però, è finita una conversazione intercettata tra Verna e il padre, in cui è lo stesso Verna a spiegare che è la mamma, Patrizia Amicucci, a comparire al posto suo. "Ce so’ tutta una serie di controindicazioni che noi piano piano dobbiamo andà a risolve. Non è che lei può far front per me", dice il manager, ignaro di essere ascoltato. Secondo gli inquirenti, la Amicucci è "proprietaria di azioni e quote in diverse società, tra cui la Portobello spa" e sarebbero "numerose le conversazioni telefoniche dalle quali si evince che è sempre Verna a dare indicazioni alla madre in ordine a tutti gli aspetti relativi alle numerose operazioni economiche".

In cima alla piramide, la guardia di finanza colloca la concessionaria pubblicitaria Clear Channel. Intorno a lei, si intrecciano e si sovrappongono i rapporti che avrebbero prodotto numerose "finte campagne di reclamizzazione a favore di testate editoriali" e quindi un "credito Iva fittizio". È proprio da un’indagine interna della Clear Channel, conclusasi con il licenziamento di un dipendente e l’“autodenuncia“ all’Agenzia delle Entrate per alcune operazioni "di dubbia liceità fiscale", che si sono mossi gli inquirenti.

I profitti raggiunti grazie al mancato pagamento delle imposte, sempre secondo l’ipotesi accusatoria avallata dal giudice, sarebbero stati in parte trasferiti in società croate e svizzere e investiti nell’acquisto di appartamenti in un complesso immobiliare alberghiero a Panama. In manette, oltre a Verna, sono finite anche l’ex amministratore di Clear Channel, Paolo Dosi, Giorgio Fallica e Paolo D’Amico, manager di Joy srl e Creative Media Doo.

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