Il Cardinale Matteo Zuppi (Fotoschicchi)
Il Cardinale Matteo Zuppi (Fotoschicchi)

Bologna, 12 marzo 2020 - Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, sta guidando ogni giorno la novena per affidare la sua città alla Madonna di San Luca. "La facciamo dalla cattedrale, la chiesa madre delle nostre comunità e della città degli uomini, perché a San Luca non abbiamo la possibilità di trasmettere in streaming in modo efficace". È la preghiera al tempo del Coronavirus.

Eminenza, le messe sono sospese, le chiese sono chiuse. Eppure, anche se noi dei giornali ne parliamo poco, tanti stanno riscoprendo il bisogno, direi l’esigenza della preghiera.
«In realtà molte chiese sono aperte, ma ci va poca gente, per i motivi che sappiamo. C’è un dovere di rispettare le indicazioni del governo per tutelare la salute di tutti. E questo crea, certo, una dolorosissima separazione. C’è però un legame molto profondo, spirituale, che trova espressione grazie al digitale. Anzi direi che il digitale, che spesso portava a isolarsi e lontano dalla concretezza, ora diventa quello per cui è importante, uno strumento di comunicazione vera».

Lei però fa annunciare la diretta streaming con l’annuncio delle campane, uno strumento antico. Perché?
«Le campane sono sempre state uno strumento di consolazione, di aggregazione, di condivisione di sentimenti profondi: dalla gioia al lutto. Fanno sentire chi le ascolta come parte di un campanile: che non vuol dire essere campanilisti. Il campanilismo è chiudersi in un gruppo, ed è sbagliato; il campanile invece è aperto all’orizzonte ed identifica tutti gli uomini della città. È un segno che unisce la terra al cielo, un suono che richiama a una presenza. Guardi, posso dirle una cosa? Il suono delle campane ha qualcosa di bello anche nella tristezza, perché ci fa sentire parte di qualcosa di altro e raggiunti da qualcun altro».

Ci fa sentire meno soli? È questo che vuol dire?
«Sì, soprattutto adesso. La malattia isola, e per vincerla dobbiamo isolarci. Ma noi sappiamo che non siamo, non possiamo essere delle isole. E le campane ci fanno sentire meno soli».

Ma le messe e le preghiere via Skype non sono fredde?
«In questo momento certamente no, anzi. Una professoressa mi ha detto di essere rimasta molto colpita dalle lezioni che sta facendo in questi giorni collegandosi con le case. Dice di trovare una risposta straordinaria, una presenza straordinaria. C’è una gioia nel ritrovarsi, sia pure a distanza, che in classe non c’era».

È la nostalgia? Il dolore del ritorno?
«È il dolore per una mancanza. L’assenza ci fa capire l’importanza della presenza. È la dimostrazione che non siamo fatti per vivere isolati. Per questo, una delle preoccupazioni che dobbiamo avere è per chi non può vedere i figli o i nipoti. Per tanti anziani, insomma, che soffrono questo doppio isolamento».

Ma torniamo alla preghiera, eminenza. Perché preghiamo? Chiediamo alla Provvidenza di intervenire?
«Certo che ci rivolgiamo alla Provvidenza. Ma la preghiera non ci esime dalle nostre responsabilità. Tante volte abbiamo vissuto la Provvidenza come un delegare tutto a Dio, senza fare la nostra parte. Ma in realtà l’affidarsi alla Provvidenza deve essere il primo gesto per impegnarci a fare quello che chiediamo al Padre».

Però dica la verità, eminenza: ci ricordiamo di pregare soprattutto quando abbiamo bisogno.
«È vero. Ma questo spesso vale anche per gli amici: ci ricordiamo di loro soprattutto quando ne abbiamo bisogno. Ognuno di noi conosce persone che chiamano solo quando devono chiedere qualcosa; e noi stessi purtroppo a volte facciamo così. Con la preghiera però c’è una differenza: il Padreterno non smette di prenderci sul serio anche se lo invochiamo solo nel bisogno e ci aiuta a crescere nell’amicizia».

Diciamo spesso, in questi giorni, che dobbiamo trovare sempre un qualcosa di positivo nel tempo difficile che stiamo vivendo. Che cosa vede di positivo?
«La preghiera ci fa capire, in questo momento, come Dio sia sempre necessario. Come non possiamo mai bastare a noi stessi. Ci accorgiamo che c’è qualcosa di più grande di noi e questo ci aiuta ad essere di più protagonisti».

Sono praticamente gruppi di preghiera clandestini. Le ricordano i cristiani delle catacombe?
«È la prima volta che i cristiani si ritrovano senza celebrazioni. Qualcuno pensa che la sospensione delle messe sia la dimostrazione di arrendevolezza, una debolezza. Ma non è così. È la dolorosa ma doverosa accettazione, speriamo breve e cercheremo che lo sia, di un provvedimento ritenuto indispensabile dai tecnici per salvare delle vite umane. Certo è una situazione inedita. Durante ogni periodo difficile, l’andare in chiesa era un momento di conforto, di partecipazione, di dialogo. La situazione di oggi evidenzia la nostra precarietà».

Questo momento di sofferenza può renderci migliori?
«Mi auguro che, come nelle catacombe, ci troviamo ad essere richiamati all’essenziale e ad essere più familiari tra noi. La Chiesa è sempre una famiglia! Che ci possiamo liberare dal dare tutto per scontato, dall’abitudine. Che possiamo riscoprire quanto l’eucarestia è così importante per la nostra vita. È come un digiuno non voluto, non scelto, che ci aiuta però a dare un senso a tutto».

Anche a essere più attenti a chi soffre sempre, voglio dire a chi era fragile anche prima del Coronavirus?
«Sì, questo tempo ci esorta a essere attenti al prossimo, in particolare al povero, a chi è nel bisogno. Parafrasando il cardinal Lercaro, se non possiamo condividere il pane del cielo possiamo condividere il pane della terra».

Qualcuno si chiede se questo virus non sia un castigo di Dio per i nostri peccati.
«Alcuni cristiani lo pensano. Anche perché una spiegazione del genere ha il vantaggio di trovare un rapporto fra causa ed effetto. Ma noi cristiani crediamo che Dio si sia rivelato in Gesù. E Gesù la croce la prende su di sé, non la riversa sugli altri. Nel cristianesimo c’è una compassione della sofferenza. Così come ha fatto Cristo, anche noi possiamo farci carico della sofferenza per amore degli altri».

Il cristiano è uno che va a cercarsi la sofferenza?
«Assolutamente no. Ma se capita – e nella vita vera, non pornografica, capita! – la accetta per amore, per sconfigge però chi la provoca, il male».