A vederlo così, dall’esterno, sembra un dormitorio annegato nel nulla. Fuori i bidoni della differenziata anneriti dagli incendi e sbudellati come vittime destinate al sacrificio, povera segnaletica in direzione di Napoli o di Caserta. Dentro una calura che rimbalza sull’asfalto, con aiuole senza un filo d’erba e senza un colore. È il Parco Verde di Caivano, il ‘parco degli orrori’ dopo che nel 2013 e 2014 due bambini, Antonio Giglio e Fortuna Loffredo, volarono giù da una torre di otto piani. Per l’omicidio della bambina, che fu violentata prima di ridursi in poltiglia su quell’asfalto nero come le anime di questi diavoli, è stato condannato all’ergastolo...

A vederlo così, dall’esterno, sembra un dormitorio annegato nel nulla. Fuori i bidoni della differenziata anneriti dagli incendi e sbudellati come vittime destinate al sacrificio, povera segnaletica in direzione di Napoli o di Caserta. Dentro una calura che rimbalza sull’asfalto, con aiuole senza un filo d’erba e senza un colore. È il Parco Verde di Caivano, il ‘parco degli orrori’ dopo che nel 2013 e 2014 due bambini, Antonio Giglio e Fortuna Loffredo, volarono giù da una torre di otto piani. Per l’omicidio della bambina, che fu violentata prima di ridursi in poltiglia su quell’asfalto nero come le anime di questi diavoli, è stato condannato all’ergastolo Raimondo Caputo, detto ‘Tito’, e a 10 anni per favoreggiamento Marianna Fabozzi, madre di Antonio Giglio.

Speronata dal fratello per la relazione con un trans

Per cercare di capire quello che è successo bisogna partire dal ‘contesto’, dal Parco Verde, da quel puntino rancido diventato in meno di cinque anni la roccaforte dello spaccio nell’area nord di Napoli, dopo aver tolto il ‘primato’ a Scampia e Secondigliano. Una roccaforte, come dicono gli inquirenti, nella quale i pochi incensurati che ci abitano sono ostaggio di una masnada di delinquenti che impone il coprifuoco. E anche il punto di vista che diventa costume e pensiero dominante.

Michele Antonio Gaglione, 30 anni, una moglie e due figli, un’attività di noleggio di automobili, sembra arruolato nel piccolo cerchio di persone che cercano normalità, che si arrangiano mentre tutt’intorno è tempesta. Lui è nato qui, è cresciuto qui, vive qui.

Giorno dopo giorno Michele Antonio respira quelle tossine che sono anche più pericolose di quelle che sprigiona Terra dei Fuochi. Un po’ alla volta, quell’uomo vede i sorrisini degli amici, subisce le piccole tracotanze di chi gira nel Parco con le semiautomatiche con matricola abrasa: "Miché, ma quello che sta con tua sorella, è omm o femmena?". Oppure i consigli non richiesti dei ‘guaglioni’ che spacciano il kobret tra gli isolati protetti dalle microcamere a circuito chiuso. "Miché, dovresti dirlo a tua sorella che così ti mette in imbarazzo, che è una vergogna portarsi in casa un trans. Nel quartiere non si parla d’altro". Un tarlo che scava dentro l’uomo che cerca di tenere la sua vita al riparo dal crimine, ma che è costretto ogni giorno a farci i conti. "Miché, ho visto tua sorella uscire con l’amichetta stamattina", e giù risate a cui non replica perché lui si sta convincendo che il ‘vizietto’ di Maria Paola deve finire, che è tempo di cancellare quella deviazione Lgtb che lo fa litigare con la moglie e lo ha trasformato nello zimbello del Parco Verde.

Così si prepara a dare una lezione a Ciro e a ricondurre la sorella sulla via dell’ortodossia sessuale, ripulendo il "pus che l’ha infettata". Ventiquattro ore dopo la morte di Maria Paola il Parco Verde non cambia pelle. Qualcuno va a nascondere una pistola nel sottoscala di una palazzina. "Mo’ qui arriva il Settimo Cavalleggeri. Michele è proprio nu’ strunz, doveva solo fare un paliatone (pestaggio, ndr) alla sorella e al trans". Angelo, amico di Michele dai tempi della scuola, se ne sta con gli occhi sbarrati. "Spensierati noi non lo siamo mai stati, il nostro è sempre stato un sorriso di facciata, che serviva a coprire le ferite. Non siamo omofobi, Michele non lo è, lo grido a gran voce".