Indossare il giacchetto? Afferrare le chiavi di casa? O inserire il bancomat nello sportello dei prelievi? "È solo una questione di una frazione di secondo", risponde sorridente Maria Fossati. Laurea e dottorato al Politecnico di Milano e un presente all’Istituto italiano di tecnologia di Genova. Un gioco da ragazzi, verrebbe da pensare. Ma provate ad immaginare cosa significa compiere questi gesti quotidiani quando non si ha una o entrambe le mani. Tutto diventa più difficile, ma non insormontabile. Già, perché in questa cittadella della ricerca avanzata, abbarbicata sulle colline del capoluogo ligure con vista sul Porto Antico, il futuro è già domani. E Maria, 40 anni e un figlio (Guglielmo) di 6, lavora in questi laboratori avveniristici, popolati di robot e applicazioni di intelligenza artificiale, come designer nel laboratorio Soft Robotics for Human Cooperation and Rehabilitation...

Indossare il giacchetto? Afferrare le chiavi di casa? O inserire il bancomat nello sportello dei prelievi? "È solo una questione di una frazione di secondo", risponde sorridente Maria Fossati. Laurea e dottorato al Politecnico di Milano e un presente all’Istituto italiano di tecnologia di Genova. Un gioco da ragazzi, verrebbe da pensare. Ma provate ad immaginare cosa significa compiere questi gesti quotidiani quando non si ha una o entrambe le mani. Tutto diventa più difficile, ma non insormontabile. Già, perché in questa cittadella della ricerca avanzata, abbarbicata sulle colline del capoluogo ligure con vista sul Porto Antico, il futuro è già domani. E Maria, 40 anni e un figlio (Guglielmo) di 6, lavora in questi laboratori avveniristici, popolati di robot e applicazioni di intelligenza artificiale, come designer nel laboratorio Soft Robotics for Human Cooperation and Rehabilitation coordinato dal professor Antonio Bicchi. Non solo. Maria Fossati è anche testerfruitrice per lo sviluppo e il miglioramento della mano robotica SoftHand Pro, in quanto nata con un’agenesia congenita all’avambraccio sinistro. E proprio in questa veste, poche settimane fa, ha partecipato al ’Cybathlon Global Edition 2020, l’edizione delle olimpiadi dei cyborg. Un evento che ha visto la partecipazione di 60 team suddivisi nelle 6 discipline di gara, identificate dalla disabilità del pilota e dalla tecnologia in uso. E la nostra ricercatrice-tester ha portato a termine l’intero percorso di gara, lungo 30 metri e caratterizzato da 6 stazioni in un tempo di 6 minuti e 46 secondi.

Maria un bel risultato il podio…

"Senza dubbio. È stata un’esperienza significativa per me e per tutto il team SoftHand Pro, sia a livello tecnico che a livello umano, che credo siano i due punti cardine su cui si fonda l’evento".

Quanti minuti per ogni singola prova?

"Per alcune prove, frazioni di secondo. Grazie alla nostra mano compiere quei compiti (indossare un giacchetto, afferrare le chiavi, legarsi le stringhe delle scarpe) annulla quasi del tutto la disabilità".

Peccato per il podio più alto sfuggito solo per pochi secondi?

"Il ragazzo che ha vinto è stato davvero bravissimo. Indossava una protesi con alcune similitudini: protesi sotto il gomito e polso passivo, anche se non controllata attivamente da sensori mioelettrici e un motore, come la SoftHand Pro".

È vero che vi aveva studiato su Youtube guardando tutte le vostre precedenti gare proprio come si fa prima di una sfida sportiva?

"Sì, è vero. Si sono impegnati tantissimo. Costituivamo il loro avversario più temuto".

Qual è il segreto che vi ha consentito di ottenere questi risultati?

"La nostra protesi è mioelettrica. E’ attivata attraverso alcuni sensori ed ha un motore che consente di aprire e chiudere la mano. Rispetto alle altre protesi di mano presenti nei vari laboratori di ricerca mondiali, la nostra – nata dalla collaborazione tra il nostro Istituto italiano di tecnologia e l’Università di Pisa – presenta tre caratteristiche peculiari".

Quali?

"La morbidezza e la flessibilità delle dita, l’economicità e, soprattutto la praticità. Rispetto a mani simili, la nostra è molto semplice da utilizzare (ha un solo controllo di apertura e chiusura): tutte le varie combinazioni di presa sono gestite direttamente dalla mano. Altre tipologie di protesi, invece, presentano sensori collegati a un app comandata dal telefono o hanno pulsanti sulla protesi che devono essere avviati prima di impostare il tipo di presa. Chi le indossa, quindi, si deve fermare, eseguire i comandi, pensare al tipo di presa che deve impostare. Invece la SoftHand Pro dispone di un’intelligenza incorporata dalla mano stessa. In altre parole il funzionamento è comparabile a quello di una mano naturale. Penso al movimento e la mano lo compie".

Anche dal punto di vista del tatto?

"Ancora no. Questo è il prossimo obiettivo della ricerca portata avanti dal professor Bicchi, al centro di un avveniristico progetto finanziato dall’Unione europea, il Synergy Grant Natural Bionics che mira un giorno a restituire le sensazioni del tatto ai portatori di protesi".

Quando sarà in commercio la SoftHand Pro?

"Per il momento è un prototipo sperimentale di laboratorio su cui continuiamo a sviluppare la ricerca".

Ma come per la mano Hannes sviluppata dai ricercatori dell’IIT con l’Inail non è escluso che in futuro possa uscire dai laboratori italiani, europei e americani dov’è attualmente testata, per restituire la quotidianità (con maneggevolezza, flessibilità e chissà il tatto) a chi necessita di una protesi.