Mercoledì 17 Luglio 2024
ALESSANDRO FARRUGGIA
Cronaca

Maltempo, quanto ci costi. Lo Stato è a secco: sborsati in dieci anni 53,8 miliardi di euro

Solo 5,8 sono stati saldati dalle assicurazioni. Sos di Musumeci sulle risorse. L’ingegnere dell’Ispra: "I cambiamenti climatici incideranno sempre di più"

Roma, 4 luglio 2024 – L’Italia, Paese geologicamente fragile, climaticamente sensibile e molto antropizzato, è esposto a ogni tipo di calamità naturale. Il calcolo lo fa l’assicurazione Swiss Re: tra 2011 e il 2021 l’Italia ha scontato perdite legate a catastrofi naturali per 53,8 miliardi di euro di questi solo 5,8 miliardi erano coperti da polizze assicurative. Il costo netto per il Paese è stato dunque in 10 anni superiore ai 47 miliardi di euro. Saldati con enorme difficoltà, in maniera molto parziale, con ritardi e misure straordinarie. È la politica del rattoppo. La situazione italiana peraltro si inserisce in quella globale che vede i costi delle catastrofi naturali in forte crescita. Le perdite per 2022 a livello mondiale hanno infatti raggiunto la cifra di 313 miliardi di dollari, dei quali solo 132 (al 75% negli Usa) assicurati.

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La crisi climatica è la ciliegina sulla torta e rende più frequenti alluvioni ed eventi estremi togliendo risorse agli investimenti per la messa in sicurezza. Secondo una relazione del 2023 della Corte dei Conti, per il solo rischio idrogeologico (frane+alluvioni) gli interventi necessari ammontano a 26.5 miliardi di euro. Ma negli ultimi 20 anni in Italia sono stati spesi solo 7 miliardi di euro in 6mila interventi di messa in sicurezza. La coperta è corta, i pochi soldi vanno alla copertura dei danni e la volontà politica mette la messa in sicurezza del territorio dietro le grandi opere.

L’altro ieri il ministro della Protezione Civile Nello Musumeci ha alzato bandiera bianca ammettendo che il sistema, in perenne rincorsa degli eventi, è in difficoltà strutturale ("Non ci sono più le risorse necessarie per un’emergenza che è diventata pressoché quotidiana") e ha proposto di far ricorso alle assicurazioni contro gli eventi naturali. Che oggi in Italia coprono appena il 5% delle abitazioni. Nulla. In attesa che si introduca un’assicurazione obbligatoria (e decisivo sarebbe il come), è però prioritario non dimenticare la necessità di fare molta più prevenzione rispetto ad oggi.

“I cambiamenti climatici – osserva Barbara Lastoria, ingegnere idraulico dell’Ispra, ente per il quale si occupa di difesa dalle alluvioni – incidono in particolare sui rischi idrogeologici e sull’agricoltura. Si è già riscontrato un aumento delle frequenza degli eventi intensi. E se non facciamo niente i cambiamenti climatici incideranno moltissimo in un futuro prossimo: avremo eventi sempre più frequenti e più intensi, dalle piene improvvise, alle alluvioni, alle grandinate, alle tempeste di vento, alle siccità". Anche da qui nasce la necessità di reperire risorse. “Prevedere una assicurazione, purché sia globale e a tariffe calmierate – prosegue la ricercatrice – può essere una risposta alla mancanza di risorse, ma non deve far venire meno la necessità di intervenire con azioni concrete. Si sente spesso parlare di messa in sicurezza del territorio, in realtà nessun intervento porta il rischio a zero. Si tratta di di una mitigazione, cioè una riduzione del rischio. Ma questa mitigazione è quantomai importante, perché riduce la portata degli eventi e quindi dei danni e dei conseguenti costi e delle perdite di vite. Purtroppo gli interventi hanno un tempo di realizzazione non trascurabile e quindi è essenziale programmare bene con una adeguata quantità di risorse".

“Oltre a questo – prosegue l’ingegner Lastoria – serve affrontare un tema potenzialmente molto divisivo: quello delle delocalizzazioni. Il rischio si compone di due parti, una relativa alla frequenza e all’intensità dei fenomeni e uno relativo all’esposizione della popolazione. Ora, in Italia ci sono abitazioni a forte rischio, ad esempio in aree golenali . Qualcuno ha il coraggio di porsi il problema di demolire edifici che sono stati costruiti dove non si doveva e di ricostruirli altrove? Se vogliamo davvero ridurre i danni, dobbiamo rinunciare a qualcosa. Fissare vincoli e decidere in casi estremi delocalizzazioni: ridurre la vulnerabilità. Ma francamente non credo che qualcuno avrà il coraggio di farlo. Le delocalizzazioni sono tabù. E quindi dobbiamo dire che con le sole opere di regimazione non si risolveranno magicamente tutti i problemi". E le assicurazioni saranno comunque un intervento ex post: dopo i danni e dopo le vittime.