Malaria (infografica Ansa)
Malaria (infografica Ansa)

Roma, 6 settembre 2017 - Un caso rarissimo se non unico nel suo genere, che impone una riflessione in tema di igiene pubblica. Gianni Rezza, epidemiologo, responsabile del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, commenta la morte della bambina di 4 anni di Trento avvenuta dopo aver contratto la malaria in forma letale.

Professore, si stanno affacciando malattie tropicali che erano a noi sconosciute, cosa cambia nel nostro Paese?

«Abbiamo ormai in Italia diverse centinaia di casi di malaria di importazione, in gran parte si tratta di persone che arrivano da paesi endemici, in cui circola il plasmodio, quindi già contagiate».

Dove hanno contratto la malaria?

«In genere provengono dall’Africa, in misura minore da Sud Est asiatico e America Latina. Poi ci sono i viaggiatori occasionali».

Anche gli europei che tornano a casa da una vacanza avventurosa?

«Già, ma molti meno rispetto ai primi. Anche perché i turisti, normalmente, fanno la profilassi. Dopodiché ci possono essere anche quelli che si fermano più a lungo e profilassi non ne fanno».

Delle malattie di ritorno che cosa sappiamo?

«Questo è il punto. Ci sono persone che vivono già stabilmente tra noi. Vanno a trovare i parenti, si espongono a infezioni, poi tornano in Italia. Sono i casi di importazione, intuitivi o facili da diagnosticare: hai un febbrone, vieni dai paesi dall’Africa equatoriale, il medico pensa subito alla malaria, e per la cura sai da dove iniziare».

Ci sono però anche casi nascosti, che si trasmettono con modalità imprecisate

«Ecco, sono definiti casi criptici, come la bambina di Trento che non era andata all’estero, ha acquisito l’infezione da noi. Qui la modalità di contagio deve essere accertata. Sappiamo che esiste un vettore, la comune zanzara, capace di trasmettere forme lievi di plasmodio. Ma non è quello che ha colpito la bambina».

La malaria tristemente nota una volta era anche in Italia, in Maremma, nelle paludi.

«Noi avevamo il plasmodio vivax, meno virulento. La nostra zanzara non c’entra con l’ Anopheles che trasmette il falciparum ».

Si teme ora che nei bagagli dei passeggeri possano annidarsi parassiti, che poi vanno a colonizzare l’ambiente.

«E chi può dirlo? Comunque, nel caso di Trento le alternative possibili mi sembrano due, o una zanzara importata da un paese dove la malaria è endemica o una contaminazione, lo scambio di sangue, ma nessuna delle due ipotesi per ora è verificata».

Si potrà appurare l’origine del contagio nel caso della bimba?

«Per esperienza, direi, sarà molto difficile arrivare all’evidenza».

Quali esami, oltre alla clinica, possono risultare utili?

«L’indagine entomologica approfondita, lo studio degli insetti».

Esistono farmaci antimalarici come clorochina, artemisinina, imidazolo piperazine. C’è un vaccino nato sotto l’egida della Fondazione Gates.

«Ma la bimba aveva una compromissione cerebrale tale da vanificare qualsiasi sforzo terapeutico. Riguardo al vaccino sperimentale, è efficace al 50%, può valere nelle zone ad alta incidenza, non come misura da noi».

Prevenzione, come regolarsi d’ora in poi?

«A prescindere dal caso individuale, bene hanno fatto i sanitari a disinfestare gli ambienti, se c’è il sospetto di una zanzara di importazione, io dico, facciamola fuori. Altro messaggio è che dobbiamo iniziare a sospettare casi di patologie esotiche anche in persone che non sono state all’estero».

Quindi un problema di globalizzazione e di tropicalizzazione del clima insieme?

«Intendiamoci, non c’è epidemia di plasmodium falciparum . Ma con la circolazione di uomini e merci è sempre bene pensare alle possibili evenienze, visto che siamo in grado di contrastarle».

Cambieranno le precauzioni in ospedale?

«Credo che questo sia un caso eccezionale, per cui cambiare le precauzioni nel momento in cui non c’è vettore per questo plasmodio è difficile. Certo, dobbiamo avere sempre i riflessi pronti nei casi di patologie esotiche, che possano verificarsi anche in persone che non sono state all’estero. Lezione che abbiamo appreso nel 2007 con l’epidemia di Chikungunya in Emilia-Romagna, io feci le investigazioni del caso. Ci ha insegnato che dobbiamo essere pronti, prima si interviene meglio è».