Un momento del blitz contro Black Axe (Ansa)
Un momento del blitz contro Black Axe (Ansa)

Roma, 31 marzo 2019  - Analista della Dia, passa le giornate a studiare le mafie straniere e quelle nostrane. Anche per questo chiede l’anonimato. Dottoressa, quali sono i terminali della mafia nigeriana in Italia? "Sicuramente ci sono forti insediamenti in Piemonte, Lombardia, Veneto, Toscana, storicamente in Campania, dalla fine degli anni Ottanta ci sono stati gruppi di nigeriani nella zona del litorale domizio. In Sicilia, in Sardegna, ma anche in Emilia Romagna e nelle Marche... Diciamo che l’organizzazione riesce a coprire tutto il territorio nazionale".

Fenomeno sottovalutato?
"Ma non dalle forze di polizia. Le prime indagini per il 416 bis, l’associazione mafiosa, risalgono al 2006-2007".

Il profilo dei capi.
"A volte sono regolari, a volte no".

I gruppi più attivi in Italia?
"Eiye, Black Axe, Viking, Mephite. Si chiamano cult. Poi ci sono altri gruppi più piccoli che fanno riferimento a questi".

La struttura gerarchica.
"Stiamo ancora cercando di capire. Sicuramente le organizzazioni finite sotto inchiesta sono strutturate in modo quasi sovrapponibile alle nostre mafie. Per questo in molti casi abbiamo la contestazione del 416 bis".

Qual è il ruolo delle donne?
"Molto importante nello sfruttamento della prostituzione, tutti abbiamo imparato a conoscere le maman".

Possono essere considerate boss?
"Diciamo che sono anelli strategici nella filiera economica delle organizzazioni. Sono quelle che mantengono le ragazze che si prostituiscono nella condizione di assoggettamento".

Non solo prostituzione e tratta di giovani donne, negli affari dei cult in Italia.
"Di gran peso è la filiera della droga, dai traffici internazionali allo spaccio al minuto. Dentro c’è di tutto. Troviamo ancora i corrieri, come vent’anni fa, o il piccolo pusher di provincia. Ancora: la contraffazione dei documenti. E ci sono stati anche omicidi, sono regolamenti di conti tra nigeriani".

Ma i soldi riscossi da droga e prostituzione, che strada prendono?
"Su questo ci sono attività di approfondimento. In linea generale, il sistema più utilizzato al momento è quello dell’hawala, che va sempre di moda. Fiduciario, non esistono banche. Attraverso una rete fittissima di referenti in vari paesi del mondo, vengono effettuati questi trasferimenti di denaro. Sistema antichissimo di origine musulmana, in sostanza si fanno rimesse".

Ci sono prove di connubi tra la mafia nigeriana e le organizzazioni nostrane?
"Alcune indagini degli ultimi anni hanno evidenziato un’alleanza, soprattutto per la droga, in particolare in Campania".

I riti. Si legge di violenze, calici di sangue.
"Le inchieste portano a scoprire particolari strani, cruenti, lontani dalla nostra cultura. Frustate, sevizie con coltelli o machete. La violenza, con punizioni corporali, è connessa all’inosservanza delle regole interne, che sono rigorose".

Per punire che cosa?
"La disobbedienza, ad esempio. Viene castigato chi non rispetta le direttive dei capi, e con il proprio comportamento mette a rischio la segretezza del sodalizio".

Regole tribali.
"Vale anche per la raccolta di capelli o sangue dell’adepto o della ragazza reclutata in Nigeria per essere sfruttata sulle strade. Quasi fosse un esame tecnico-scientifico. Metodi usati per dire: abbiamo questa parte di te, se contravvieni alle regole, considerati morto. Lo raccontano i pentiti".

La cosa che l’ha più sconvolta?
"Più che il rito, che spesso avviene con estrema violenza verso il neo-adepto, quel che mi colpisce di più è la conseguenza. Per noi è da considerare un retaggio medioevale, ma ancora nel 2019 riesce ad avere un’azione psicologica fortissima su questi ragazzi".

Eppure sono giovani.
"Usano la tecnologia e lo smartphone, quindi in teoria li possiamo considerare aperti al mondo... Invece sono succubi. Questo mi sconvolge davvero".

Chi sono i manovali della mafia nigeriana? Arrivano anche sui gommoni?
"Tendenzialmente, si sfrutta il canale dell’ingresso illegale. Ma non è detto".

Il Cara di Mineo era diventata una base, così risulta dall’ultima inchiesta.
"L’attenzione dev’essere massima, dove ci sono aggregazioni forzate... Non vale solo per i nigeriani".

I ‘picciotti’ sono assoldati qui o già scelti nel loro Paese?
"Per quanto ci consta, si verificano entrambe le cose".