Raffaele

Marmo

È abbastanza singolare, per non aggiungere altro, la proposta del Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, di mettere in piedi un sistema di denunce anonime per stanare, per così dire, i datori di lavoro che facciano domande personali alle donne durante i colloqui di assunzione o, magari, anche nel corso della gestione dello stesso rapporto professionale.

Ma è ancora più singolare la tesi, ugualmente sostenuta dal responsabile del dicastero di Via Veneto, seconda la quale la denuncia anonima sia un mezzo ben diverso dalla delazione.

Il punto, in ogni caso, non è terminologico, ma di sostanza. In un Paese nel quale c’è addirittura chi ha sostenuto che il sospetto è l’anticamera della verità, non è difficile immaginare che cosa potrebbe accadere se davvero si desse vita a una piattaforma per denunce anonime in materia di discriminazioni o abusi sul lavoro ai danni delle donne. È fin troppo agevole ipotizzare quali e quante vendette si consumerebbero attraverso un simile meccanismo. O quali e quante conseguenze, anche giudiziarie, si potrebbero determinare a scapito di chissà quanti innocenti chiamati in causa da un esposto per il quale non c’è neanche un accusatore esplicito. Senza contare, del resto, che così si finisce per delegittimare anche il ruolo del sindacato, non solo come soggetto con la missione di tutelare la lavoratrice, ma anche come strumento capace di proteggere, se del caso, la donna anche da possibili forme di ricatto o di mobbing.