Chiara Di Clemente Tutti siamo utili e nessuno è indispensabile diceva mia nonna che evidentemente, pace all’anima sua, mai avrebbe ipotizzato in vita di trovare nei panni tv di Maigret Sergio Castellitto (com’è poi successo nel 2004), al posto del suo amato Gino Cervi. Ora la notizia – alquanto fumosa:...

Chiara

Di Clemente

Tutti siamo utili e nessuno è indispensabile diceva mia nonna che evidentemente, pace all’anima sua, mai avrebbe ipotizzato in vita di trovare nei panni tv di Maigret Sergio Castellitto (com’è poi successo nel 2004), al posto del suo amato Gino Cervi. Ora la notizia – alquanto fumosa: sostituzione o affiancamento? – dell’arrivo di un nuovo Don Qualcuno col volto di Raoul Bova nella storica serie Rai del Don Matteo-Terence Hill ripropone il tema: quanto un attore si identifica nel personaggio? Quanto è indispensabile quell’attore al personaggio (cinematografico o tv, in Italia o a Hollywood), e al suo successo?

Si sa che Bela Lugosi a forza di recitare la parte del Conte Vampiro andò fuori di testa e si fece seppellire col mantello di Dracula, ma si sa anche che Boris Karloff a dispetto dei mostri horror incarnati sullo schermo, nella vita reale era timido e gentile, e amava le favole. Il caso di identificazione massima attore-personaggio è forse però, per i fan, quello di Peter Falk e del suo tenente Colombo: lui attore da Oscar nel giro indipendente e rivoluzionario di Cassavetes, una volta indossato quell’impermeabile sgualcito e quell’anima da vendicatore proletario – grazie all’intelligenza, all’umanità e allo stakanovismo – del ricco quanto arrogante e perverso jet set criminale di Beverly Hills, si è trasformato in una sorta di angelo in carne e ossa. Così lo ha visto Wim Wenders, nel cielo sopra Berlino. E così lo vedo anch’io, che mi ritrovo a pregarlo spesso. Lui, Colombo, in compagnia di mia nonna.