Gabriele

Canè

Colto da entusiasmo da medaglia olimpica, il presidente del Coni Malagò l’ha sparata grossa. Secondo lui, infatti, è "aberrante che non ci sia uno ius soli sportivo". Sembra di capire che gli sportivi figli di stranieri (soprattutto quelli bravi) nati in Italia dovrebbero avere subito la cittadinanza italiana senza aspettare il diciottesimo anno come impone ora la legge. Insomma: se salti in lungo e in alto, se corri forte fin dal primo vagito, sei dei nostri. Se non hai il fisico, aspetti la maggiore età. Magari non era questo il pensiero esatto di Malagò, ma onestamente è così che è suonata la sua frase dopo l’oro di Jacobs, il nostro uomo jet. Un esempio esattamente contrario al problema ius soli, essendo nato in Texas, e avendo rinunciato alla nazionalità americana per vestirsi di tricolore. Detto questo, è chiaro che i ragazzi nati in Italia sono uno straordinario serbatoio di risorse per il nostro sport, e non solo. È altrettanto evidente, però, che la legge deve essere generale: non può avere il passaporto in culla chi giocherà bene a basket, e aspettare fino alla maggiore età chi non butta un pallone in porta. Non a caso lo stesso Malagò ha poi aggiunto che la nazionalità dovrebbe arrivare un minuto dopo il compimento del diciottesimo anno. E su questo siamo d’accordo. Perché con lo ius soli forse vinceremmo più medaglie, ma con la nostra burocrazia, nei 100 metri arriviamo ultimi. Quando arriviamo.