Gianni

Silvestrini *

È inevitabile lo sconforto per la difficoltà di mettere d’accordo tutti i Paesi che partecipano alle conferenze sul clima. Ma è indubbia l’evoluzione che si è avuta dalla firma del Protocollo di Kyoto del 1997 che vedeva impegnate solo le nazioni industrializzate (ma con la defezione del Canada e la non ratifica da parte degli Usa), all’Accordo di Parigi del 2015 con il target dei 2 gradi da non superare rispetto all’era preindustriale e mirando possibilmente a 1,5 gradi (ma senza impegni vincolanti), per finire alla Cop26 che si è tenuta a Glasgow. Quest’ultima è stata fortemente influenzata dalla forte pressione dal basso dei milioni di giovani che si sono mobilitati nelle strade di mezzo mondo.

Quale giudizio dare rispetto ai risultati che si profilano? Significativi gli impegni a bloccare la deforestazione entro il 2030 (anche se si doveva anticipare la data) e a ridurre del 30% delle emissioni (perdite) dannosissime di metano. È molto importante nella formulazione finale l’indicazione sullo stop graduale al carbone senza sistemi di cattura della CO2 (molto costosi e applicabili solo per una parte delle centrali) e ai sussidi inefficienti per i combustibili fossili. Sarebbe grave se non si trovasse un accordo sui 100 miliardi annui da dare ai Paesi poveri più colpiti dai danni climatici, anche se sembra che la situazione si stia sbloccando, magari nel 2022, anche su questo fronte.

* Direttore scientifico

Kyoto Club