Roberto Pazzi Dunque, Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore rimasto paralizzato in una sparatoria nella quale si è trovato per caso, l’angelo che avevamo imparato ad amare per la forza di carattere che l’aveva riportato a nuotare, accettando e sfidando il suo destino, dalla sedia a rotelle, ha...

Roberto

Pazzi

Dunque, Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore rimasto paralizzato in una sparatoria nella quale si è trovato per caso, l’angelo che avevamo imparato ad amare per la forza di carattere che l’aveva riportato a nuotare, accettando e sfidando il suo destino, dalla sedia a rotelle, ha ceduto. Si fa risucchiare dal tritacarne del Grande Fratello, l’orrenda macchina figlia della peste dei nostri tempi, il narcisismo. Quella malattia che si insinua e nasconde nella legittima ricerca della normalità da parte del ragazzo, e si rivela poi a poco a poco un’insonne amplificazione dell’Io, annidata nella visibilità a tutti i costi, insieme ad altri mostri prodotti dalla caduta dell’homo sapiens in homo videns. Un’amplificazione che, per dirla con Musil, “sostituisce la grandezza dell’effetto all’effetto della grandezza”. A causa di tale corsa generale dei piccoli a diventare grandi, sotto il faro della fama mediatica, il mondo si è ristretto a universale platea, dove i molti spettatori sognano il momento di passare di là, nel numero dei pochi ritenuti felici, che si fanno guardare. Perché vivere per essere guardati e invidiati pare diventata la passione che ispira i comportamenti di miliardi di persone. Bisognerebbe dire a Manuel che non sono felici, i deputati da tale fortuna, perché il demone della fama li divora con dosi crescenti di esposizione, in una corsa senza fine, dove si smarrisce il senso della vita. Per piacere agli altri perdere sé stessi, è la più certa garanzia d’infelicità.