Viviana

Ponchia

La multiproprietà è una buona idea finché uno non ci si trova dentro. Le vite degli altri lasciano tracce insopportabili, la lavastoviglie è sempre rotta, tanto vale andare in albergo. Così il car sharing, che genera indebiti istinti di possesso nei confronti di una Smart con le ore contate e la cenere di uno sconosciuto sul sedile. Persino l’idea un po’ datata di "compagnia" (una ventina di persone che escono intruppate in nome dell’amicizia), alla lunga porta a defilarsi per cercare affinità elettive più convincenti di un bowling. Invece chissà perché il poliamore ha ciclicamente i suoi estimatori.

Qualche anno fa fu l’economista francese Jacques Attali a proporlo come la punta più avanzata delle società sviluppate, in contrapposizione alla fedeltà bacucca del matrimonio borghese. A che titolo, si domandava l’eminenza grigia di Mitterrand, si dovrebbero avere due case, due cellulari e non più relazioni dove nessuno appartiene a nessuno?

Ecco, anche sul cellulare ci sarebbe da obiettare: è possibile creare un rapporto vero solo con un telefono per volta, figuriamoci con più individui che a turno dicono stasera no, esco con l’altra. Dell’amore parliamo tutti un po’ a vanvera, ma quando arriva lo riconosciamo. E lo vogliamo stabile, esclusivo, totale, indissolubile. Portiamo una storia per mescolarla, imponiamo e pretendiamo lealtà e gelosia. La libertà non c’entra, solo così riusciamo a essere felici.