Roberto

Giardina

Gorbaciov fu uno straordinario giocatore con le carte che si trovò in mano. Giocò la sua partita, che ormai nessuno poteva vincere, e salvò la pace. Il tempo, nei sei anni che restò al potere, corse a una velocità travolgente. Nel maggio ’87, il diciannovenne Mathias Rust atterrò sulla Piazza Rossa con un Cessna. Gli anziani capi dei paesi satelliti lo appresero al vertice a Berlino Est. Vidi lo sbigottimento sui loro volti. Era la fine.

L’impero era a pezzi, senza difese. È un paradosso apparente, per attuare le riforme Gorby doveva rafforzare il suo potere.

Per cambiare, difendere il passato. Ma non era un despota, combatteva contro altre forze ostili al vertice e in periferia. Alla vigilia della caduta del muro, si temeva l’intervento dei panzer dell’Armata Rossa, come a Budapest e a Praga. Dai documenti risulta che fu Gorbaciov a fermarli in extremis, e non fu facile. Un generale a Berlino avrebbe potuto ordinare il massacro, sostenendo di aver deciso per difendere i suoi uomini.

Dopo, Kohl fu criticato per aver comprato nel ’90, questo è il termine, la riunificazione a un prezzo troppo alto.

Ma mezzo milione di soldati sovietici circondavano ancora Berlino. Che sarebbe accaduto senza l’amico Michael? E Gorby meno di un anno dopo fu deposto dal putsch di Eltsin. La storia non è sempre una partita a scacchi, dove le mosse si prevedono con largo anticipo.