Leo

Turrini

Quando Bob Dylan cedette il catalogo delle sue canzoni ad una multinazionale della musica, ci fu un gran can can mediatico. In nome della ipocrisia, si accusava di ipocrisia il menestrello d’America. Per la serie: ma come, lui che denuncia i mali del mondo si vende al capitalismo? Sottinteso: se hai tanti soldi, non hai diritto di chiedere una società più equa…

Questa solenne scempiaggine, peraltro molto popolare qui da noi, tornerà a far capolino se, come pare, anche Bruce Springsteen, (dopo Neil Young e Paul Simon, altri mostri sacri delle sette note) dovesse seguire l’esempio del premio Nobel della letteratura.

Ora, la faccio breve. Per chi ama le rime e le melodie di Dylan, beh, è forse cambiato qualcosa da quando i diritti sui brani non sono più suoi? Non credo proprio. Io ascolto “Like a rolling stone” esattamente come una volta. E non mi piacerà meno “Born to run” del Boss solo perché l’artista del New Jersey ha fatto cassa con i suoi capolavori. Un artista non si identifica con il suo Iban. I Beatles diventarono multimiliardari in dollari, ma chi oserebbe contestarne il ruolo nella rivoluzione dolce dei Favolosi Anni Sessanta?

La musica è leggera ma ha la forza di entrarti nell’anima per le cose che ti trasmette. Nessuno mise mai in discussione le scelte finanziarie di Giuseppe Verdi: era quello della Marcia Trionfale dell’Aida.

A prescindere dal conto corrente.