Ugo

Ruffolo

Il diritto alla difesa è sacro. Come alle cure mediche. L’avvocato può rifiutare una difesa scomoda o “incompatibile” perché ripugnante è il crimine (o, talora, l’incriminato) da difendere? Normalmente sì, se richiesto da uno sconosciuto quale difensore di fiducia; ancorché con qualche distinguo, per il legale abituale di famiglia o d’impresa. Invece, il difensore d’ufficio "ha l’obbligo del patrocinio e può essere sostituito solo per giustificato motivo" (articolo 97 comma 5 codice di procedura penale). Motivo che non può essere comodo, né di comodo. Soprattutto quando il crimine o l’imputato sono “scomodi”. Anche il medico sopravvissuto alla Shoah deve soccorrere Hitler, se ammalato o ferito. E se è incriminato, un avvocato idoneo deve assicurargli la miglior difesa.

Se in un delitto di mafia, o di violenza sessuale odiosa, nessuno volesse difendere il presunto colpevole (per disgusto morale o per timore di vendette trasversali; o, magari, accampando il primo motivo ma in concreto mosso dal secondo), il legale designato d’ufficio, scelto per capacità specifiche, non potrebbe agevolmente accampare "incompatibilità", sbandierando il suo militare sul fronte opposto. La difesa è anche un munus.

Grande è la lezione dell’avvocato d’uno dei mostri nazisti processati Norimberga, che opponeva ai critici: "Non sono il difensore ma la difesa". La difesa non crea contiguità né con il reato né col suo autore. Negarla è spesso possibile, ma mai vantandosene.