Roberto

Giardina

Non abbiamo bisogno di un avatar, noi siciliani. I morti per noi sono vivi, senza finzione tecnologica. Lo sappiamo fin da bambini. I regali non li porta Babbo Natale, o la Befana. Giungono per il giorno dei morti, recati nella notte dal nonno o la nonna scomparsi. I nipotini pregano: "Animi santi… io sono uno e voi siete tanti, mentre sono in questo mondo di guai regali dei morti mettetemene assai…", preghiera venata di pessimismo, com’è nel carattere degli isolani.

Si va al cimitero, si gioca tra le tombe con il pallone o con le bambole avuti in dono. Non è macabro ma poetico. E adulti e piccoli mangiano le ’ossa dei morti’, biscotti alla canella a forma di tibia, ossa di zucchero. Nelle catacombe dei Cappuccini a Palermo vi aspettano centinaia di morti, scheletri vestiti con un saio, o l’abito buono, bambine in bianco per la prima comunione.

Un rifiuto della morte, e la sua accettazione. I morti vivono finché qualcuno li ricorda. Al computer si può tutto, anche continuare a far recitare Marilyn Monroe accanto a Mastroianni. Ma sarebbe una grottesca parodia. Una foto, un film fermano un istante per sempre. Per questo gli indios dell’Amazzonia credono che una foto rubi loro l’anima. Il ricordo sembra uguale, in realtà lo scomparso continua a mutare con noi. Ricordo mio padre a 30 anni, e ora scopro che quel giovane potrebbe essere mio figlio.