Giovanni

Serafini

gnuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera". I versi di Quasimodo ci ricordano che luce e oscurità, vita e morte, sono indissociabili fra loro. E che i momenti neri annunciano sempre la rinascita: "la gioia veniva sempre dopo la pena", diceva un altro grandissimo poeta, Guillaume Apollinaire. In quest’epoca di pandemia si direbbe che venga rifiutato quel che l’umanità ha sempre saputo ed accettato: il dolore e la morte ci appaiono intollerabili, quasi un affronto, un sopruso cui bisogna ribellarsi. Abbiamo dimenticato non solo il significato profondo del messaggio cristiano, ma anche l’insegnamento dell’arte, della musica, della letteratura. Il dolore è un catalizzatore che dà sostanza all’espressione artistica e fa germogliare opere destinate a durare nei secoli. Senza gli orrori della guerra Picasso non avrebbe mai dipinto ’Guernica’. Senza le sofferenze fisiche che l’hanno accompagnata in vita Frida Kahlo non sarebbe stata l’artista che conosciamo. È dall’angoscia della follia che sono nati i capolavori di Van Gogh. È stata la sordità a scolpire gran parte della musica di Beethoven. Se fossero stati felici e in buona salute, Proust, Leopardi e tanti altri geni non avrebbero mai scritto una riga. Finiamola di lamentarci. Il dolore deve essere un rifugio in cui ritrovare l’essenza di noi stessi, un generatore di speranza e di forze per uscire dal buco nero in cui siamo – temporaneamente – precipitati.