Matteo Massi Dove finisce la libertà dell’artista e inizia la dittatura dello stesso o della stessa, come nel caso di Adele? A un’intervista, come a un’interrogazione, non si può andare impreparati, questo è fuori di dubbio. Ma se il giornalista in questione – applausi per la sincerità, in pochi avrebbero...

Matteo

Massi

Dove finisce la libertà dell’artista e inizia la dittatura dello stesso o della stessa, come nel caso di Adele? A un’intervista, come a un’interrogazione, non si può andare impreparati, questo è fuori di dubbio. Ma se il giornalista in questione – applausi per la sincerità, in pochi avrebbero confessato il peccato (veniale) – è preparato, regge il confronto, anche senza aver ascoltato l’ultimo album dell’intervistata, dov’è il problema? È necessario, forse, ascoltare interamente un album per fare un’intervista a una cantante che ha venduto milioni di dischi e che non ha mai nascosto anche i suoi dolori intimi e privati? Sarebbe necessario, sicuramente, se l’intervista (come spesso, purtroppo, succede) si rivelasse solo promozionale.

Certo, si può comprendere l’amarezza di Adele alla risposta (sincera) del giornalista, ma si comprende meno la logica (?) impositiva dell’artista stessa. Che, tra l’altro, ha anche chiesto alle principali piattaforme di musica di togliere per il suo ultimo disco l’opzione shuffle (a casaccio). Libera lei di farla, liberi un po’ meno noi che vorremmo ascoltare un disco da dove pensiamo sia più opportuno. È vero che la scaletta ha, per l’artista, una sua sacralità. Ma è altrettanto vero – e la storia lo dimostra – che cantanti ed etichette discografiche prendono clamorose topiche, non inserendo canzoni che poi, più avanti, si rivelano un successo. Un esempio italiano? A mano a mano, scritta da Riccardo Cocciante per Rino Gaetano, ma mai finita in un nessun disco di Gaetano. E riesumata, per fortuna, qualche anno fa.